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Sgombriamo subito il campo da possibili malintesi; Gheddafi non ci piace. Non ci piace per diversi motivi, principalmente per la decisione di espellere ventimila italiani dalla Cirenaica nel 1970 e depredarli di ogni avere, non ci piace per la sua anti italianità palesata a più riprese, non ultima, l’istituzione del “giorno della vendetta” come festa nazionale, nel quale il regime ricorda e festeggia l’avvenimento di cui sopra; in barba a tutto ciò non ci piace per l’aria di sfida con la quale passeggia tra picchetti d’onore con la foto di Omar Al-Muhktar ben in vista sulla giacca militare, la sua spocchia e per quella capacità, complice un governo italiano privo di spina dorsale, di ottenere tutto ciò che vuole dettando condizioni da una tendopoli a Villa Pamphili. Tuttavia ci piace ancora meno l’ennesima guerra economica (e strategica) dei “volenterosi”, l’ennesima bugia, l’ennesima ipocrisia dei soliti noti della NATO, con la quale si vuole (ancora una volta) mascherare dietro un improbabile intervento umanitario, una guerra vera e propria finalizzata al rovesciamento di un Governo Nazionale indipendente per meri interessi economici e strategici. Ai Francesi, deus ex machina della situazione, fanno gola i primi in quanto la Libia è rimasto l’unico paese africano (o uno dei pochi ormai) tra quelli che si affacciano sul mediterraneo fuori dalla loro influenza economica. Storicamente lontano da Parigi come interessi petroliferi e partecipazioni di capitali, Gheddafi risulta un personaggio scomodo e dannoso, ergo, quale migliore occasione di questa per farlo fuori sostituendolo con un’opposizione che, al momento di mettere nero su bianco i nuovi partner commerciali, si ricorderà sicuramente di chi ha levato in volo i propri Mirage in un’operazione militare avviata con una frenesia tale da apparire quasi disorganizzata e improvvisata. Gli americani non mancano mai questi appuntamenti; il nord africa è una zona strategica di importanza vitale per l’accerchiamento all’Iran, perso Mubarak serviva ristabilire qualcosa (o qualcuno) che garantisse agli USA una nuova testa di ponte in quello scacchiere geopolitico. L’operazione è geniale dal punto di vista strategico e ricorda qualcosa di già visto, simulare un intervento umanitario al fine di creare uno stato “amico” la cui guida politica possa rappresentare, di fatto, un avamposto sicuro in una posizione di fondamentale importanza; qualche anno fa si chiamava Kosovo, oggi (e domani) si chiamerà Cirenaica. E il ruolo dell’Italia in tutto ciò? Anche questo già visto come sopra, un accordo di “amicizia” firmato poi stracciato, la cessione in comodato d’uso delle basi militari, il nostro Governo escluso dai vertici che contano (ai quali partecipano solamente Germania, Francia, Usa e Gran Bretagna) e dulcis in fundo tanti bei chilometri di coste dove far sbarcare profughi che inevitabilmente scappano da una guerra che non volevamo, che altri fanno dalle nostre basi, contro un paese con il quale, obtorto collo, avevamo un trattato d’amicizia e che porterà vantaggi economici e geopolitici a tutti i compagni di merende bombaroli fuorchè a noi. A noi gli immigrati, a Tedeschi e Francesi vantaggi economici e ad americani e inglesi avamposti strategici. Qualcosa di nuovo? No, tutto purtroppo già troppe volte visto e rivisto. Alessio Zanatta

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