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Europa, razionalismo e uomo moderno PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria   
Mercoledì 03 Febbraio 2010 08:04

Cosa intendiamo oggi per Europa? Che valore ha ai nostri occhi di moderni europei? Sarebbe più auspicabile un'Europa delle Nazioni o esiste intrinsecamente una Patria europea?

Animati da questi e altri quesiti, abbiamo invitato il professor Giorgio La Rosa, docente di Storia Moderna all'Università dell'Insubria di Como e il giornalista e storico Pino De Rosa, ad aiutarci a far luce in questo mare d'oscurità in cui viviamo, dove non c'è più nemmeno la consapevolezza della comunità a cui si appartiene. E proprio il raggiungimento della consapevolezza è l'obiettivo primario delle nostre attività culturali: dove finiremo se non dedichiamo neanche del tempo a riflettere su chi siamo, sul mondo in cui viviamo, sui valori (e disvalori) che lo caratterizzano e su quelli che vorremmo lo caratterizzassero? Visto che la passività e la a-criticità delle masse ci fa schifo, vediamo di non smettere mai di analizzare, approfondire per poi giudicare, criticare se necessario e tentare di cambiare, se possibile (ma nulla è impossibile!).

La nostra attenzione si è quindi focalizzata sull'Europa: impossibile non notare innanzitutto come questo soggetto, al centro del mondo per millenni, abbia ormai perso ogni centralità, persino ogni autonomia e peso, schiacciata da potenze ben più preponderanti, primi fra tutti gli Stati Uniti, che l'hanno resa (così come hanno fatto con altre decine di Paesi nel resto del mondo) dipendente economicamente (basti pensare al peso che la Federal Reserve ha nelle decisioni mondiali), politicamente (quanta autonomia è rimasta ai Paesi europei, membri di NATO, ONU e altre organizzazioni sedicenti neutrali?) e anche, culturalmente (la globalizzazione non è solamente un fenomeno economico ma coinvolge profondamente gli stili di vita, i modi di pensare e di agire.. il mondo cambia sempre più di pari passo e chi detta le regole non risiede certamente nel vecchio continente..).

Da aggiungere a questo contesto di generale impoverimento, ci sono le considerazioni sull'Unione Europea che di fatto, sembra aver conquistato il centro dell'attenzione: l'Europa svanisce dietro questo concetto vacuo di Unione Europea, che si vorrebbe presentare ai popoli come un nuovo modello unificante per la gioia, il benessere e la pace di tutti i suoi abitanti ma che nasconde solamente (c'era bisogno di dirlo?!) gli interessi di politicanti e banchieri, ancora una volta, non autonomi e indipendenti ma legati a occulti centri di potere mondiale (e mondialista).

Come si fa a sentirsi europei (se si parla di Unione Europea) se ciò che ci accomuna è l'uso della stessa moneta? Talmente il denaro ha peso e potere che anche linguisticamente si compie un ulteriore passo avanti nel far affondare la vecchia Europa, arrivando a chiamarla "Eurolandia": non più Europa, quasi neanche più Unione Europea ma Eurolandia, la terra dell'Euro.. immagino siano tutti desiderosi di sentirsi parte di una comunità mossa da un sì nobile ideale...

Non c'è da stupirsi: il mondo oggi è dominato da un assoluto razionalismo che il professore ben ha delineato con il concetto di "IDEOLOGIA DEI NUMERI", ripreso dal pensiero del filosofo francese Réné Guénon (in particolare nel libro "Il regno della quantità e il segno dei tempi"). Tutto viene quantificato, qualunque valore qualitativo viene ridotto a una mera considerazione quantitativa: il primato acquisito dal numero (e, per estensione, dal denaro che altro non è che la materializzazione dei numeri) è riscontrabile in ogni aspetto delle società, in ogni situazione, e anche al di là del valore economico che viene attribuito ad ogni cosa, tutte le considerazioni relativamente ad ogni aspetto della vita di ognuno di noi sono riviste in termini numerici; si parla di malattie e si menziona il numero di possibili contagiati, si parla delle prospettive di vita e ci si sofferma sul numero di anni guadagnati grazie al progresso scientifico (salvo poi perderne il doppio grazie alle droghe, alle abitudini malsane e a stili di vita poco salutari), fino ad arrivare alla politica che, lungi dal discostarsi dal trend in atto, è il regno dei numeri.

Siamo numeri in quanto elettori e in quanto numeri siamo tutti uguali, nessuno avrebbe il diritto di avanzare ipotesi di superiorità rispetto ad un altro, perchè che criterio scientifico e razionale conosciamo secondo cui sia possibile attribuire più valore a x piuttosto che a y? Nessuno se restiamo nella freddezza scientifica ma non ci vuole una grande intelligenza per verificare l'infondatezza e la demagogia di tale affermazione: non siamo tutti uguali (e per fortuna!) e questo essere diversi e diversamente “validi” dovrebbe essere nostro vanto e motivo d'orgoglio, ognuno con le proprie specificità e i propri pregi.

Mi si risponderà che nessuno mette in dubbio l'uguaglianza sostanziale delle persone ma solo quella formale: certo è vero che un essere umano x è, in quanto essere umano, uguale al suo simile y ma quanto valore si può dare a questa uguaglianza se porta solamente a un appiattimento e a un impoverimento di tutto il gruppo? Sarà difficile da accettare ma lo scarso valore della politica odierna è anche dovuto a questo delegare alle masse un compito che spesso non sono in grado di portare avanti.

E non parlo solo del popolo, considerato qui come l'insieme degli elettori, ma anche di coloro che gestiscono la politica: il valore dell'attuale classe politica è ai minimi storici, ci si ritrova in Parlamento grazie agli intrecci e agli accordi e compromessi di partito, si passa avanti, troppo spesso per conoscenze, favoritismi o interessi, dimenticando la meritocrazia e ancora una volta, il valore qualitativo.

Se un tempo la società si suddivideva principalmente in bellatores, laboratores a oratores (e quindi, per esteso possiamo pensare a guerrieri, contadini e saggi), oggi si possono ritrovare soltanto i politicanti, i burocrati e gli imbecilli globali (secondo l'appropriata definizione suggerita da Pino De Rosa): i primi fanno politica di mestiere, ligi al curare i propri interessi mentre sono svincolati da ogni legame diretto con il popolo che tanto, non avrà alcun modo per opporsi (realmente) alle loro decisioni (se ci si pensa, nel momento del voto, si delega qualcuno e lo si fa in fiducia che questo farà poi quello che anche noi avremmo fatto; ma oltre alla fiducia, e alla speranza, poco resta..). Chi risponde ricordando che basterà non votarli al turno successivo pecca di superficialità, in quanto finge di non sapere che tutto viene stabilito al di sopra delle nostre volontà (l'impossibilità di esprimere una preferenza è solo l'apice della volontà di privarci ulteriormente della possibilità di una reale scelta).

La categoria dei burocrati è sempre più ampia e spesso comprende i politicanti stessi: uomini pienamente inseriti nelle maglie del sistema che lo portano avanti senza tante riflessioni, in modo razionalmente ripetitivo.

E infine arrivano gli "imbecilli globali", il gruppo più numeroso: quante persone sono così, purtroppo?! Vivono passivamente, alimentati dalle falsità quotidiane dei mass media, incapaci di elaborare un qualsiasi pensiero critico, svuotati di ogni valore, privati di ogni significato... tali soggetti derivano la propria felicità dal possesso, dai beni materiali che via via riescono ad accaparrarsi coi pochi (o tanti) soldi guadagnati... non c'è traccia di ribellione, di dinamismo, di quello slancio vitale che contraddistingueva la filosofia di Bergson.

A un uomo che diventa ingranaggio di un sistema materialistico (tanto quello capitalista che quello comunista sono accomunati e si fondano sul materialismo), mi piace opporre l'uomo "romantico" (nel senso filosofico del termine ovviamente): quello della tradizione, quello animato da valori, Ideali, costantemente tormentato perchè alla ricerca della realizzazione non nella materia, non nel successo, ma in qualcosa di più elevato, che sia la Patria, l'Amore, la Fede o qualsivoglia Ideale puro.

Un uomo che sente il legame con la sua terra e la sua storia, che vive la tradizione nel senso più giusto e vero del termine: non passatismo né nostalgia ma trasmissione ai posteri di quei valori eterni, di quel sentire comune che non si vuole soffocato dalla modernità, un essere che è quindi proteso nel futuro mentre resta comunque legato al passato.

E' la consapevolezza di essere parte della Storia, di un qualcosa al di sopra di noi che ognuno contribuisce a formare, ad alimentare ma di cui non si è completi fautori; ed ecco spiegarsi, secondo la visione del professor La Rosa, l'"eterno ritorno dell'eguale" (Nietscheanamente parlando): non sarà certamente la persona x o y a tornare ma qualcosa che anche lui ha contribuito a portare avanti e a non far morire.

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 03 Febbraio 2010 08:08