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Che Guevara e Juan Domingo Peron PDF Stampa E-mail
Scritto da corsaro lariano   
Lunedì 19 Dicembre 2011 12:44

( di Nando De Angelis, tratto da: http://www.webarchia.org/index.php?i_tree_id=40&i_forum_id=1368 )

Come vissero i giovani militanti della Juventud Peronista, che si preparavano a passare dalla resistenza all’offensiva, quell’infausto giorno dell’otto ottobre 1967? Che legami trovarono fra Perón e il Che? Poterono affermare fondatamente che Perón era guevarista e il Che peronista?

Il Che era la guida etica della rivoluzione: l’uomo nuovo. Perón quella concreta: il capo di un movimento di liberazione nazionale. Avevano, di fatto, la stessa prospettiva sudamericana della rivoluzione e lo stesso nemico: l’imperialismo nordamericano.

Per questo motivo poterono, allo stesso tempo, essere d’accordo e dissentire con entrambi. Dissentire con il Che circa la "strategia dell'azione" per raggiungere gli obiettivi rivoluzionari: principalmente con la teoria "del focolaio„. Alla gioventù peronista costò molto capire il concetto di "avanguardia". Provenivano tutti da una corrente di pensiero che aveva come soggetto della rivoluzione l’unità di tutte classi in difesa degli interessi della nazione contro l’imperialismo. Venivano da una esperienza operaia reale e non immaginaria, non ritenevano che ci fosse bisogno del "focolaio" per svegliare la coscienza di classe: bisognava solo aspettare che questa maturasse con la lotta, i lavoratori, in maggioranza peronisti, erano "la spina dorsale del Movimento". Coltivavano un’idea di insurrezione che riuscisse se non a evitare almeno a ritardare i conflitti di classe.

Erano in profondo accordo con il Che perché credevano fermamente che la rivoluzione fosse il prodotto dell’uomo nuovo, che la forma desse il contenuto. Per rifondare la nazione bisognava abbandonare le vecchie pratiche liberali, rivendicare la nobiltà della politica, trasformare la militanza in un esercito epico munito di solidi principi etici: l’uomo nuovo doveva guidare questo processo, sulla scia dei grandi ideali della classe operaia peronista. Dissentire da Peròn quando, per realpolitik, sosteneva l’anacronistica rivoluzione democratico borghese in un mondo dove le lotte popolari tendevano tutte al socialismo. Per questo, rivendicando lo spirito critico che deve animare ogni militanza vera, manifestarono con forza la propria contrarietà.

Ma quando si doveva lottare per conseguire aumenti salariali o destabilizzare il "partito militare" che acquisiva sempre più potere, la strategia vincente era quella di Peròn e non quella del Che. La rivoluzione è un processo di costruzione di rapporti di forza, per combattere il formidabile potere del regime e Peròn rappresentava l’asse dell’unità, il rettore di una strategia di insieme.

Perón e il Che si sono spesso incontrati durante la loro lotta rivoluzionaria. Non è una presunzione infondata, ci sono fonti attendibili che confermano questi incontri. Certo, diverse erano le motivazioni. Per Peròn il Che era parte insostituibile della sua strategia di manipolazione di un dispositivo di insieme. Soprattutto perché per lui, e per i peronisti, la rivoluzione cubana non era importante solo perché socialista ma perché era una rivoluzione di liberazione nazionale. Per il Che le masse popolari che si riconoscevano nel peronismo erano il soggetto reale del suo progetto rivoluzionario di liberazione del Sud America.

D'altra parte, se per Perón il Che era "el más grande revolucionario de América„, per il Che, Perón era già il leggendario e carismatico leader antimperialista latinoamericano. Non passò, a lui, inosservato l'accordo dell'ABC che Perón aveva firmato in 1951 con Cile e Brasile: un atto originale e concreto di integrazione panamericana che, presumibilmente, fu uno delle cause principali del suo defestrenamento.

Solo la visione geniale dello statista che albergava in Peròn può avergli dettato quella famosa lettera del 8 ottobre del 1967, dove profetizzò la grandezza che avrebbe assunto la figura del Che dopo il suo sacrificio in Bolivia: " Ci sentiamo fratelli di tutti quelli che, in qualsiasi luogo e sotto qualsiasi bandiera, lottano contro l’ingiustizia, la miseria e lo sfruttamento. Ci sentiamo fratelli di tutti quelli che con valore e decisione affrontano la voracità insaziabile dell’imperialismo che, con la complicità delle oligarchie senza patria sostenute da militari marionette nelle mani del Pentagono, opprime i popoli.

Oggi è caduto, come un eroe, il giovane più straordinario della rivoluzione latinoamericana: è morto il Comandante Ernesto Che Guevara.

La sua morte mi lacera l’anima perché era uno dei nostri, forse il migliore: un esempio di condotta e di spirito di sacrificio. La profonda convinzione nella legittimità della causa che abbracciò, gli ha dato la forza, il valore, il coraggio che oggi lo eleva alla categoria di eroe e martire…"

Il punto di contatto fra il Perón del 1967 e il Che si evidenzia in un paragrafo di quella lettera: "La sua vita, la sua epopea, sono l’esempio più alto e puro a cui devono tendere i nostri giovani, i giovani di tutta America Latina".

E’ impressionante la capacità di Peròn di vedere così lontano nel futuro, anche in considerazione del fatto che Guevara aveva molti nemici nei settori tradizionali del Movimento Peronista. In ogni caso, se qualche frangia del peronismo non era d’accordo, risultava avversata e sconfessata dallo stesso Peròn.

Il popolo si infervora e lotta quando gli obiettivi sono importanti: l’emancipazione nazionale, la sovranità popolare, la giustizia sociale, il socialismo, la Nazione Latinoamericana. Peròn era profondamente sanmartiniano e come "el Libertador", sapeva che "senza illusioni, senza ideali i popoli non potrebbero vivere". Capì che la figura mitica in cui si sarebbe trasformato il Che nel futuro, avrebbe infiammato le masse popolari.

Guevara non era da meno, la sua visione lungimirante di stratega è testimoniata nei passi di una missiva, da lui inviata alla madre, datata 20 giugno 1955 (quattro giorni dopo il pesante bombardamento di Plaza de Mayo che provocò la morte di centinaia di civili). Il Che, in anticipo con i tempi, qualifica come "escrementi" gli aviatori che vigliaccamente, dopo avere assassinato tanta gente e senza correre alcun rischio, si bearono dell’accaduto al loro ritorno a Montevideo e lo giustificarono affermando che lo avevano fatto in nome di dio. Non risparmia i dirigenti civili che parteciparono al tentativo di colpo di stato affermando che "non avrebbero avuto alcuna remora a scagliare i propri mastini contro il popolo al primo sciopero…a massacrare centinaia di "negros" per il delitto di difendere le proprie conquiste sociali e la stampa, compiacente e asservita, avrebbe sostenuto che era certamente molto grave e pericoloso che lavoratori di una sezione vitale del paese dichiarassero lo sciopero generale". E continua: " la Chiesa ebbe delle grosse responsabilità nel tentativo di colpo di stato, ed anche i "nuestros queridos amigos", i nordamericani, i cui metodi ho potuto apprezzare, di persona, in Guatemala". Una settimana dopo l’inizio del colpo di stato che avrebbe decretato la caduta di Peròn, Guevara torna sul tema in un’altra lettera (Querida vieja, 24 settembre del 1955): "Questa volta i miei timori si sono avverati, il tuo odiato nemico è caduto; qui le reazioni non si sono fatte aspettare: tutti i giornali del paese e le agenzie stampa straniere annunciavano con giubilo la caduta del tenebroso dittatore, i nordamericani gongolavano felici per i 425 milioni di dollari che finalmente potevano "recuperare" in Argentina, il vescovo di Ciudad de Mèxico si mostrava soddisfatto della caduta di Peròn, tutte le persone di fede cattolica e di destra che ho conosciuto non nascondevano la loro soddisfazione. Io ed i miei amici, no. Tutti abbiamo seguito con dolore la sorte del governo peronista…Qui, i progressisti hanno definito il dramma argentino come il "trionfo del dollaro, della spada e della croce". Ed al finale, aggiunge: "Ti confesso con tutta sincerità che la caduta di Perón mi ha profondamente amareggiato; non per lui, ma per quello che significa per tutta l'America Latina, perché suo malgrado e nonostante il forzoso tentennamento degli ultimi tempi, l'Argentina era il paladino di tutti noi che pensavamo che il nemico stesse al nord. Per me, che ho vissuto le amare ore del Guatemala, si è trattato di un calco a distanza…Persone come te crederanno vedere l’alba di un nuovo giorno…in un primo momento non ti accorgerai della violenza che si scatenerà perché ciò avverrà in una cerchia di persone lontana dalla tua".

Se qualcosa manca per comprendere la reale posizione del Che Guevara riguardo al governo peronista, citiamo la lettera diretta a Ernesto Sabato, datata 12/4/60: "Stimato compatriota: sono passati forse quasi quindici anni da quando conobbi un figlio suo, che ormai deve avere vent’anni, e sua moglie, in quel luogo che mi sembra si chiami "Cabalando", a Carlos Paz, e dopo, quando lessi il suo libro Uno y el universo, che mi affascinò, non pensavo che sarebbe stato lei, che possedeva quello che per me era la cosa più sacra al mondo, il titolo di scrittore, a chiedermi, col passare del tempo una definizione, un impegno di rincontro, come lei lo definisce, in base ad un’autorità accreditatami per alcun fatti e moti fenomeni soggettivi. Faccio questa premessa solo per ricordarle che appartengo, malgrado tutto, alla terra dove sono nato e che sono ancora capace di sentire profondamente tutta la sua allegria, la mancanza di speranza e anche le sue delusioni. Sarebbe difficile spiegarle perché "questo" non sia una "Rivoluzione Liberatrice"; dovrei forse dirle che avevo visto le virgolette nelle parole che lei denuncia, fin dal momento in cui apparvero e che identificai quella formula con quanto era accaduto in Guatemala che avevo appena abbandonato, vinto e quasi disilluso. Come me, erano tutti quelli che avevano preso parte a quell’incredibile avventura e che avevano approfondito il loro spirito rivoluzionario a contatto con le masse contadine, in una profonda interrelazione, durante due anni di lotta crudele e di risultati veramente grandi. Non potevamo noi essere per la "liberatrice" perché non eravamo parte di un esercito plutocratico, ma eravamo un nuovo esercito popolare, sollevatosi in armi per distruggere il vecchio; e non potevamo noi essere per la "liberatrice" perché la nostra bandiera di combattimento non era una vacca, ma un filo di ferro di recinzione latifondiaria, spezzato da un trattore, come è oggi l’insegna del nostro INRA (Istituto Nazionale per la Riforma Agraria). Non potevamo essere per la "liberatrice" perché le nostre servette piansero di gioia il giorno in cui fuggì Batista e noi entrammo all’Avana; e oggi si continuano a fornire i dati su tutte le manifestazioni e le ingenue cospirazioni della gente del "Country Club" che è la stessa gente del "Country Club" che lei ha conosciuto lì, e che a volte sono stati suoi compagni di odio contro il peronismo".

Era Guevara un peronista? Tanto, quanto Perón era guevarista.


Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Dicembre 2011 20:12