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Militia Como - Discutiamo
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Scritto da corsaro lariano
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Mercoledì 28 Dicembre 2011 14:03 |
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(di Stelvio Dal Piaz, Tratto da: www.socialismonazionale.org)
I commentatori intervenuti in occasione della morte di Giorgio Bocca, hanno usato una parola di troppo, a cominciare dallo stesso presidente della Repubblica: COERENZA.
No, questa proprio non possiamo lasciarla passare. La coerenza è altra cosa rispetto alla vita e al comportamento di questo signore. Non vogliamo dedicargli troppo spazio, bastano pochi riferimenti che tiriamo fuori da “Rosso e Nero” di Beppe Niccolai:
“E’ il 14 agosto 1942. Le Armate dell’Asse dilagano nel Caucaso e in Africa. Sul settimanale di Cuneo “La Provincia Grande” compare un articolo dal titolo: “Documenti dell’odio giudaico: i protocolli dei Savi anziani di Sion. Il sovvertimento mondiale attuato dagli ebrei, prima con le istituzioni liberali, poi con il collettivismo, ha ricevuto un colpo tremendo dal sorgere del movimento fascista che ha denunciato la inconsistenza pratica della parola libertà in campo politico dove gli uomini sono in tal modo costruiti da trasformare la libertà loro accordata in anarchia. Una rabbia immensa deve aver riempito il cuore degli anziani di Sion, nel sentire dei non ebrei dire che il comunismo è una utopia irraggiungibile e che le sue applicazioni pratiche sono costruzioni meccaniche e crudeli dove milioni di schiavi lavorano per una minoranza. L’odio di chi vede svelati i suoi piani è enorme, l’odio di chi vede rovinare i propri piani è tremendo. Questo odio degli ebrei contro il Fascismo è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia: in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere in un tempo non lontano essere schiavo degli ebrei ? Da ciò la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porlo in stato di schiavitù” “Chi è l’autore di questa nota ?” si chiede Niccolai. “Provate ad indovinare. E’ il giornalista più coccolato della sinistra radical-chic. E’ il giornalista più intervistato d’Italia. E’ il giornalista, senza il quale, la Televisione non dà avvio a dibattiti sulla libertà, l’antifascismo, il terrorismo”. Prosegue sempre Niccolai: “Si chiama Giorgio Bocca. E’ stato comandante partigiano della decima Divisione Giustizia e Libertà, vice comandante politico nel cuneese. Lo ricordano spietato e crudele. La cosa non sorprende: la necessità di dover far dimenticare il suo passato in camicia nera, quando la sorte delle armi cambiò in sfavore dell’Asse, lo portava ad essere feroce. I voltagabbana si caratterizzano sempre così.”
Fin qui Niccolai. Noi Vogliamo aggiungere che spietato e crudele lo è stato davvero, fino al punto di uccidere a sangue freddo con un colpo alla nuca prigionieri di guerra catturati dalla sua banda. Quando la sua repubblica, quella nata dalla resistenza, ha mostrato il suo volto corrotto e violento, allora egli è diventato il “fustigatore” implacabile dei costumi. Sempre Beppe Niccolai su “Rosso e Nero” riporta quanto Giorgio Bocca pubblicò su “Repubblica” del 21 luglio 1982: “Banditi – giustizieri( la camorra) e banditi – ideologici (le Br), si ritrovano insieme a Napoli, dopo il ventennale black-out del fascismo. La camorra del 1944, come l’attuale, è al tempo stesso sovversiva e conservatrice, delinquenziale e paralegalitaria. Allora (1944) lavorava insieme al colonnello Poletti, proconsole americano che si è scelto, opportunamente, come consigliere d’affari Vito Genovese, un patriota di cosa nostra. Sono tempi d’oro, la camorra alleata controlla la stazione circumvesuviana di Scafati, il mercato ortofrutticolo, la Shanghai street vicina al porto; ma neppure oggi 1982 le cose vanno poi tanto male, la pioggia di miliardi del dopo terremoto cade in gran parte nella cosiddetta “famiglia” vecchia o nuova che sia e spiega le sanguinose lotte per la spartizione.” Cosi scrisse Giorgio Bocca. Commenta Niccolai: “E’ un’analisi esatta, il partigiano, l’antifascista purissimo, il democratico Giorgio Bocca lo fa in modo spietato. Quell’analisi ha un solo difetto: di essere tardiva e di non andare alle origini, alle cause.”
Proprio vero diciamo noi, ha dimenticato che anche lui, il partigiano Bocca, ha beneficiato dei lanci di denaro del colonnello Poletti e anche lui ha contribuito a edificare questa repubblica dei malaffare, nata dalla resistenza.
Comunque noi siamo generosi; riposi in pace ! (Stelvio Dal Piaz)

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Scritto da corsaro lariano
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Lunedì 19 Dicembre 2011 12:44 |
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( di Nando De Angelis, tratto da: http://www.webarchia.org/index.php?i_tree_id=40&i_forum_id=1368 )
Come vissero i giovani militanti della Juventud Peronista, che si preparavano a passare dalla resistenza all’offensiva, quell’infausto giorno dell’otto ottobre 1967? Che legami trovarono fra Perón e il Che? Poterono affermare fondatamente che Perón era guevarista e il Che peronista?
Il Che era la guida etica della rivoluzione: l’uomo nuovo. Perón quella concreta: il capo di un movimento di liberazione nazionale. Avevano, di fatto, la stessa prospettiva sudamericana della rivoluzione e lo stesso nemico: l’imperialismo nordamericano.
Per questo motivo poterono, allo stesso tempo, essere d’accordo e dissentire con entrambi. Dissentire con il Che circa la "strategia dell'azione" per raggiungere gli obiettivi rivoluzionari: principalmente con la teoria "del focolaio„. Alla gioventù peronista costò molto capire il concetto di "avanguardia". Provenivano tutti da una corrente di pensiero che aveva come soggetto della rivoluzione l’unità di tutte classi in difesa degli interessi della nazione contro l’imperialismo. Venivano da una esperienza operaia reale e non immaginaria, non ritenevano che ci fosse bisogno del "focolaio" per svegliare la coscienza di classe: bisognava solo aspettare che questa maturasse con la lotta, i lavoratori, in maggioranza peronisti, erano "la spina dorsale del Movimento". Coltivavano un’idea di insurrezione che riuscisse se non a evitare almeno a ritardare i conflitti di classe.
Erano in profondo accordo con il Che perché credevano fermamente che la rivoluzione fosse il prodotto dell’uomo nuovo, che la forma desse il contenuto. Per rifondare la nazione bisognava abbandonare le vecchie pratiche liberali, rivendicare la nobiltà della politica, trasformare la militanza in un esercito epico munito di solidi principi etici: l’uomo nuovo doveva guidare questo processo, sulla scia dei grandi ideali della classe operaia peronista. Dissentire da Peròn quando, per realpolitik, sosteneva l’anacronistica rivoluzione democratico borghese in un mondo dove le lotte popolari tendevano tutte al socialismo. Per questo, rivendicando lo spirito critico che deve animare ogni militanza vera, manifestarono con forza la propria contrarietà.
Ma quando si doveva lottare per conseguire aumenti salariali o destabilizzare il "partito militare" che acquisiva sempre più potere, la strategia vincente era quella di Peròn e non quella del Che. La rivoluzione è un processo di costruzione di rapporti di forza, per combattere il formidabile potere del regime e Peròn rappresentava l’asse dell’unità, il rettore di una strategia di insieme.
Perón e il Che si sono spesso incontrati durante la loro lotta rivoluzionaria. Non è una presunzione infondata, ci sono fonti attendibili che confermano questi incontri. Certo, diverse erano le motivazioni. Per Peròn il Che era parte insostituibile della sua strategia di manipolazione di un dispositivo di insieme. Soprattutto perché per lui, e per i peronisti, la rivoluzione cubana non era importante solo perché socialista ma perché era una rivoluzione di liberazione nazionale. Per il Che le masse popolari che si riconoscevano nel peronismo erano il soggetto reale del suo progetto rivoluzionario di liberazione del Sud America.
D'altra parte, se per Perón il Che era "el más grande revolucionario de América„, per il Che, Perón era già il leggendario e carismatico leader antimperialista latinoamericano. Non passò, a lui, inosservato l'accordo dell'ABC che Perón aveva firmato in 1951 con Cile e Brasile: un atto originale e concreto di integrazione panamericana che, presumibilmente, fu uno delle cause principali del suo defestrenamento.
Solo la visione geniale dello statista che albergava in Peròn può avergli dettato quella famosa lettera del 8 ottobre del 1967, dove profetizzò la grandezza che avrebbe assunto la figura del Che dopo il suo sacrificio in Bolivia: " Ci sentiamo fratelli di tutti quelli che, in qualsiasi luogo e sotto qualsiasi bandiera, lottano contro l’ingiustizia, la miseria e lo sfruttamento. Ci sentiamo fratelli di tutti quelli che con valore e decisione affrontano la voracità insaziabile dell’imperialismo che, con la complicità delle oligarchie senza patria sostenute da militari marionette nelle mani del Pentagono, opprime i popoli.
Oggi è caduto, come un eroe, il giovane più straordinario della rivoluzione latinoamericana: è morto il Comandante Ernesto Che Guevara.
La sua morte mi lacera l’anima perché era uno dei nostri, forse il migliore: un esempio di condotta e di spirito di sacrificio. La profonda convinzione nella legittimità della causa che abbracciò, gli ha dato la forza, il valore, il coraggio che oggi lo eleva alla categoria di eroe e martire…"
Il punto di contatto fra il Perón del 1967 e il Che si evidenzia in un paragrafo di quella lettera: "La sua vita, la sua epopea, sono l’esempio più alto e puro a cui devono tendere i nostri giovani, i giovani di tutta America Latina".
E’ impressionante la capacità di Peròn di vedere così lontano nel futuro, anche in considerazione del fatto che Guevara aveva molti nemici nei settori tradizionali del Movimento Peronista. In ogni caso, se qualche frangia del peronismo non era d’accordo, risultava avversata e sconfessata dallo stesso Peròn.
Il popolo si infervora e lotta quando gli obiettivi sono importanti: l’emancipazione nazionale, la sovranità popolare, la giustizia sociale, il socialismo, la Nazione Latinoamericana. Peròn era profondamente sanmartiniano e come "el Libertador", sapeva che "senza illusioni, senza ideali i popoli non potrebbero vivere". Capì che la figura mitica in cui si sarebbe trasformato il Che nel futuro, avrebbe infiammato le masse popolari.
Guevara non era da meno, la sua visione lungimirante di stratega è testimoniata nei passi di una missiva, da lui inviata alla madre, datata 20 giugno 1955 (quattro giorni dopo il pesante bombardamento di Plaza de Mayo che provocò la morte di centinaia di civili). Il Che, in anticipo con i tempi, qualifica come "escrementi" gli aviatori che vigliaccamente, dopo avere assassinato tanta gente e senza correre alcun rischio, si bearono dell’accaduto al loro ritorno a Montevideo e lo giustificarono affermando che lo avevano fatto in nome di dio. Non risparmia i dirigenti civili che parteciparono al tentativo di colpo di stato affermando che "non avrebbero avuto alcuna remora a scagliare i propri mastini contro il popolo al primo sciopero…a massacrare centinaia di "negros" per il delitto di difendere le proprie conquiste sociali e la stampa, compiacente e asservita, avrebbe sostenuto che era certamente molto grave e pericoloso che lavoratori di una sezione vitale del paese dichiarassero lo sciopero generale". E continua: " la Chiesa ebbe delle grosse responsabilità nel tentativo di colpo di stato, ed anche i "nuestros queridos amigos", i nordamericani, i cui metodi ho potuto apprezzare, di persona, in Guatemala". Una settimana dopo l’inizio del colpo di stato che avrebbe decretato la caduta di Peròn, Guevara torna sul tema in un’altra lettera (Querida vieja, 24 settembre del 1955): "Questa volta i miei timori si sono avverati, il tuo odiato nemico è caduto; qui le reazioni non si sono fatte aspettare: tutti i giornali del paese e le agenzie stampa straniere annunciavano con giubilo la caduta del tenebroso dittatore, i nordamericani gongolavano felici per i 425 milioni di dollari che finalmente potevano "recuperare" in Argentina, il vescovo di Ciudad de Mèxico si mostrava soddisfatto della caduta di Peròn, tutte le persone di fede cattolica e di destra che ho conosciuto non nascondevano la loro soddisfazione. Io ed i miei amici, no. Tutti abbiamo seguito con dolore la sorte del governo peronista…Qui, i progressisti hanno definito il dramma argentino come il "trionfo del dollaro, della spada e della croce". Ed al finale, aggiunge: "Ti confesso con tutta sincerità che la caduta di Perón mi ha profondamente amareggiato; non per lui, ma per quello che significa per tutta l'America Latina, perché suo malgrado e nonostante il forzoso tentennamento degli ultimi tempi, l'Argentina era il paladino di tutti noi che pensavamo che il nemico stesse al nord. Per me, che ho vissuto le amare ore del Guatemala, si è trattato di un calco a distanza…Persone come te crederanno vedere l’alba di un nuovo giorno…in un primo momento non ti accorgerai della violenza che si scatenerà perché ciò avverrà in una cerchia di persone lontana dalla tua".
Se qualcosa manca per comprendere la reale posizione del Che Guevara riguardo al governo peronista, citiamo la lettera diretta a Ernesto Sabato, datata 12/4/60: "Stimato compatriota: sono passati forse quasi quindici anni da quando conobbi un figlio suo, che ormai deve avere vent’anni, e sua moglie, in quel luogo che mi sembra si chiami "Cabalando", a Carlos Paz, e dopo, quando lessi il suo libro Uno y el universo, che mi affascinò, non pensavo che sarebbe stato lei, che possedeva quello che per me era la cosa più sacra al mondo, il titolo di scrittore, a chiedermi, col passare del tempo una definizione, un impegno di rincontro, come lei lo definisce, in base ad un’autorità accreditatami per alcun fatti e moti fenomeni soggettivi. Faccio questa premessa solo per ricordarle che appartengo, malgrado tutto, alla terra dove sono nato e che sono ancora capace di sentire profondamente tutta la sua allegria, la mancanza di speranza e anche le sue delusioni. Sarebbe difficile spiegarle perché "questo" non sia una "Rivoluzione Liberatrice"; dovrei forse dirle che avevo visto le virgolette nelle parole che lei denuncia, fin dal momento in cui apparvero e che identificai quella formula con quanto era accaduto in Guatemala che avevo appena abbandonato, vinto e quasi disilluso. Come me, erano tutti quelli che avevano preso parte a quell’incredibile avventura e che avevano approfondito il loro spirito rivoluzionario a contatto con le masse contadine, in una profonda interrelazione, durante due anni di lotta crudele e di risultati veramente grandi. Non potevamo noi essere per la "liberatrice" perché non eravamo parte di un esercito plutocratico, ma eravamo un nuovo esercito popolare, sollevatosi in armi per distruggere il vecchio; e non potevamo noi essere per la "liberatrice" perché la nostra bandiera di combattimento non era una vacca, ma un filo di ferro di recinzione latifondiaria, spezzato da un trattore, come è oggi l’insegna del nostro INRA (Istituto Nazionale per la Riforma Agraria). Non potevamo essere per la "liberatrice" perché le nostre servette piansero di gioia il giorno in cui fuggì Batista e noi entrammo all’Avana; e oggi si continuano a fornire i dati su tutte le manifestazioni e le ingenue cospirazioni della gente del "Country Club" che è la stessa gente del "Country Club" che lei ha conosciuto lì, e che a volte sono stati suoi compagni di odio contro il peronismo".
Era Guevara un peronista? Tanto, quanto Perón era guevarista.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Dicembre 2011 20:12 |
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Scritto da corsaro lariano
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Lunedì 19 Dicembre 2011 12:18 |
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(fonte: http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2011/17-dicembre-2011/imprenditore-morto-suicida-ha-trovato-solo-porte-chiuse-1902569569892.shtml )
di Massimo Guerretta
Imprenditore morto suicida: «Ha trovato solo porte chiuse»
Commozione e rabbia per l'ultimo saluto a Giovanni Schiavon. In chiesa amici e imprenditori: La figlia: vorrei trovare il coraggio per dire qualcosa ma ho il cuore vuoto, ciao papi...»
PADOVA - Commozione e rabbia composta tra le circa 300 persone che hanno gremito la chiesa della Sacra Famiglia, a Padova, per i funerali di Giovanni Schiavon, l'imprenditore edile gravato dalle difficoltà finanziarie dell'azienda, con crediti che non riusciva a riscuotere però per circa 200 mila euro, che ha posto fine alla sua vita con un colpo di pistola nel suo ufficio lunedì scorso a Peraga di Vigonza. Molti, tra i banchi della chiesa, i colleghi di Schiavon segnati dall'emozione. L'imprenditore, titolare della Euro strade 90 Snc aveva lasciato un biglietto alla famiglia con cui chiedeva perdono e che si concludeva con una frase «Non ce la faccio più». Poche parole che facevano implicito riferimento proprio ai molti crediti che non riusciva ad esigere dalle aziende per cui aveva lavorato come sub appaltatore e ai debiti accumulati per dare corso all'esecuzione dei lavori che non gli erano poi stati saldati. «Vorrei trovare il coraggio per dire qualcosa ma ho il cuore completamente vuoto, ciao Papi» ha detto la figlia Flavia tra le lacrime. Assieme alla mamma e ai vertici delle categorie imprenditoriali venete nei giorni scorsi ha firmato una lettera inviata al presidente del consiglio Mario Monti, nella quale viene chiesto, tra l'altro, che venga adottata al più presto la direttiva europea che prevede tempi certi e rapidi per i pagamenti con l'appello diretto allo stesso Monti di fare presto per il bene delle aziende e del Paese. Il parroco, don Massimo Facchin, nell'omelia ha ricordato la serietà e l'onestà dell'imprenditore, schiacciato da un sistema bloccato e in cui le regole sembrano essere evaporate sotto i colpi della crisi. «Noi siamo per aprire le porte della fede e della preghiera: lui ha trovato solo porte chiuse» ha detto il sacerdote al termine dell'omelia. «È il sistema che lo ha ammazzato - ha detto carico di rabbia all'uscita dalla chiesa un imprenditore edile - siamo in un meccanismo che stritola e che non funziona più. Bisogna mettere mano al patto di stabilità : io avanzo 120mila euro da un'azienda che mi ha pagato con assegni protestati, e 200mila euro da un comune della provincia di Venezia che non so quando mi pagherà. Come si fa ad andare avanti così?». (Ansa).

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Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Dicembre 2011 20:15 |
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Scritto da corsaro lariano
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Giovedì 15 Dicembre 2011 01:05 |
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(fonte : http://palermo.blogsicilia.it/nasce-il-movimento-per-la-gente-di-zamparini/67774/ )
Il presidente del Palermo,Maurizio Zamparini, il 13 novembre 2011 - ha dato vita al “Movimento per la gente” al Fiano Romano.
“È un movimento d’opinione e di pressione che ho creato insieme con l’avvocato Alberto Goffi e con Ilario Di Giovambattista – ha spiegato Zamparini -Vogliamo che la politica risolva i veri problemi della gente, oggi di tutto si parla fuorchè dei problemi delle persone”.
“Ieri sentivo in televisione di questo nuovo governo e non ho sentito enunciare la risoluzione di un solo problema. Si pensa al debito pubblico alla Bce, ma la gente se ne sbatte le scatole della finanza e della borsa, pensa ai posti di lavoro. Questo movimento è nato per questo, spero che sia un ruscello che nasce qui oggi e che poi andrà con altri ruscelli che nasceranno in altre parti d’Italia, perché tutti gli italiani sono stufi di questa situazione”.
Ma Zamparini non scenderà in politica in prima persona: “non farò politica – ha spiegato – ma coltiveremo un bacino da cui far crescere giovani per una politica nuova, diversa da quella che abbiamo avuto fino ad oggi”.
Poi la sua esperienza personale: “faccio l’imprenditore e sono vessato, mi viene impedito di creare posti di lavoro. Dobbiamo svegliarci. Noi siamo lo Stato invece in questo Paese siamo sudditi e lo subiamo. Vogliamo cambiare tutto questo. In Sicilia mi aspetto una grandissima reazione”.
Alla presentazione del movimento stamattina hanno partecipato circa 3 mila persone, che hanno avuto anche la possibilità di rivolgersi agli avvocati del movimento forense romano per una consulenza gratuita contro le cartelle di Equitalia. Dopo questo incontro ci saranno anche altri incontri che faranno tappa a Palermo, Cagliari, Torino, Udine, Pordenone, Napoli, Milano.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Dicembre 2011 20:13 |
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Scritto da corsaro lariano
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Lunedì 12 Dicembre 2011 01:45 |
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Di Manuel Castells, tratto da www.navecorsara.it
Il capitale finanziario e i suoi manager hanno un problema serio: la gente non li ama. Anzi, molti li odiano. Sono sempre di più le voci che si levano contro i politici, considerati marionette impegnate a proteggere con i soldi dei contribuenti le banche di cui sono in balìa, senza che le banche restituiscano il favore quando le cose vanno bene a loro e male al paese.
Il fatto (dicono le banche) è che i soldi sono dei loro azionisti. Nessuno ci crede: nelle assemblee degli azionisti basta una partecipazione minoritaria di controllo per decidere tutto. Se a questo aggiungiamo gli investimenti incrociati tra banche (le cosiddette love letters) ecco che il sistema si chiude su se stesso, con pochi vantaggi per i cittadini e grandi profitti per i banchieri, che ricevono dei bonus esorbitanti anche quando i loro istituti fanno bancarotta. Di pagare più tasse neanche a parlarne: ci sono i paradisi fiscali.
Ecco perché il movimento Occupy Wall street, nato nel cuore del capitalismo finanziario, si è guadagnato un forte sostegno negli Stati Uniti e nel mondo. L’idea di occupare Wall street nel giorno in cui gli Stati Uniti celebrano la costituzione, il 17 settembre, per protestare contro il controllo della finanza sulla politica è stata seguita da gruppi molto diversi tra loro in tutto il paese.
La manifestazione è stata organizzata su internet e un migliaio di persone si sono accampate a Zuccotti park, vicino al distretto finanziario. Le richieste dei manifestanti erano molte, ma tutti erano d’accordo sulle critiche al sistema finanziario che aveva causato la crisi e che continuava ad avere potere di vita e di morte sull’economia e la politica. Dove non erano arrivati i mezzi di comunicazione tradizionali è arrivata la rete, e l’iniziativa si è diffusa velocemente tra i cittadini, stufi di molte cose, ma soprattutto delle banche.
Quando la polizia è intervenuta, i sindacati statunitensi, che stanno subendo l’offensiva micidiale dei governatori repubblicani e delle grandi imprese, hanno deciso di unirsi al movimento. Il primo ottobre i manifestanti hanno marciato verso il ponte di Brooklyn, e la polizia li ha lasciati fare. Era una trappola: cercavano un pretesto per arrestare centinaia di persone. Ma il comportamento goffo della polizia ha favorito le telecamere e così, per la prima volta, i mezzi d’informazione si sono davvero occupati del movimento.
La cacciata. Nella notte tra il 14 e il 15 novembre, la polizia di New York ha evacuato Zuccotti Park, dove i manifestanti di Occupy Wall Street si erano installati dal 17 settembre. Paradossalmente lo sgombero forzato potrebbe rinforzare il movimento.
Si è rotto il muro del silenzio. Il movimento si è diffuso in tutto il paese. Centinaia di città e numerosi quartieri e strade vivono la loro occupazione nello spazio urbano ma anche su un sito che racconta le iniziative quotidiane e si collega ad altre pagine web che tessono una geografia virtuale e spaziale del cambiamento di mentalità nel paese capitalista per eccellenza. L’82 per cento dei cittadini dello stato di New York e il 46 per cento degli statunitensi è d’accordo con le critiche avanzate da Occupy Wall street, mentre il 34 per cento è contrario. Il movimento dice di rappresentare il 99 per cento dei cittadini in contrapposizione all’un per cento che possiede il 20 per cento della ricchezza.
Comincia ad avere un impatto sull’opinione pubblica: il 68 per cento chiede di aumentare le tasse ai ricchi e il 69 per cento pensa che i repubblicani favoriscano i ricchi. Anche Obama è presentato come un prigioniero di Wall street e quindi l’effetto elettorale è incerto, a meno che il presidente non cambi radicalmente qualcosa. Il movimento sta diventando sempre più popolare, le occupazioni aumentano, ed è aumentata anche la repressione della polizia, con centinaia di arresti e cariche più dure.
Il 22 ottobre, a New York, un robusto sergente dei marines tornato dall’Afghanistan si è messo a urlare contro i poliziotti accusandoli di violare gli ideali americani perché stavano attaccando i manifestanti. La polizia non ha osato far niente contro di lui. Tre milioni di persone hanno visto il video. La notte del 25 ottobre la polizia di Oakland ha attaccato l’accampamento di fronte al comune. Un lacrimogeno ha fratturato il cranio del marine Scott Olsen, che partecipava all’occupazione. Il sindaco si è scusato.
Dopo sette settimane le occupazioni si moltiplicano e si rafforzano in tutti gli Stati Uniti. Le banche sono sempre nel mirino. Molly Katchpole, 22 anni, di Washington, ha reagito contro la decisione della Bank of America che pretendeva cinque dollari per le operazioni con il bancomat, una misura che anche altre banche pensavano di introdurre. La ragazza ha pubblicato la sua protesta su internet. In poche ore 300mila persone si sono unite a lei, le banche hanno rinunciato al prelievo e i mezzi d’informazione ne hanno parlato.
Moveon.org, con cinque milioni di iscritti, ha lanciato una campagna per invitare i cittadini a ritirare i soldi dalle grandi banche e depositarli presso le cooperative di credito e le banche comunitarie. Dalla rete alla strada, dalla strada al conto in banca. I manager, che qualche settimana fa brindavano provocatoriamente con lo champagne dalle finestre di Wall street mentre passavano i manifestanti, cominciano a nascondersi. La mancanza di moralità del mondo finanziario sembra aver trovato un contropotere con cui non aveva fatto i conti: i suoi stessi clienti.

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