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Militia Como - Discutiamo
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Scritto da fabio
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Martedì 13 Settembre 2011 15:47 |
LA SERBIA DELLA TIGRE ARKAN


Zeljko Raznatovic, meglio conosciuto come la tigre Arkan, è stato un militare serbo nonchè leader indiscusso della medesima nazione durante la guerra nella ex-Jugoslavia.
Quarto figlio di Veljko, comandante dell'armata popolare jugoslava, Zeljko Raznatovic nasce a Brezice, in Slovenia, dove si era trasferito il padre.
Cresce con le tre sorelle maggiori tra Brezice, Zagabria e infine Belgrado; a nove anni fugge per la prima volta di casa mentre a diciotto viene arrestato per una rapina in un bar di Zagabria: conoscerà nella sua vita un buon numero di penitenziari.
Negli anni '70 si aggira per l'Europa svolgendo attività spionistica per conto dell'UDBA, la polizia segreta jugoslava, anche compiendo missioni contro emigrati non molto graditi al partito.
I servizi segreti in cambio di questi lavoretti offrono ad Arkan protezione, armi, documenti falsi e tutti i mezzi necessari per la sua carriera militare; questi mezzi vengono sfruttati da Raznatovic anche per la sua importante carriera di rapinatore che comincia seriamente nel 1974 con una rapina in un ristorante milanese per poi spostarsi in belgio, svizzera e paesi bassi.
In Belgio sconta una pena di quattro anni; subito rilasciato viene condannato ad altri sette anni di reclusione ma riesce ad evadere scappando in Svezia dove ad aspettarlo c'è il suo più stretto collaboratore Carlo Fabiani.
Negli anni '80, dopo numerose evasioni, condanne per venticinque anni e un bottino non indifferente, fa ritorno a belgrado dove diventa capo della sicurezza serba e capo degli ultras della STELLA ROSSA di Belgrado.



Durante i suoi anni da capo ultras di una delle più temute tifoserie europee, Arkan trova il tempo di uccidere il direttore dell'azienda elettrica INA, di farsi arrestare dalla polizia croata per traffico d'armi nel 1990 e di farsi poi rilasciare nel 1991, a poco tempo dall'inizio della guerra in Jugoslavia.
Proprio sugli spalti del MARAKANA si forma l'Arkan nazionalista: unisce le diverse fazioni in cui sono divisi gli ultras in nome del loro presidente serbo SLOBODAN MILOSEVIC e in dono dalla dirigenza della stella rossa riceve una pasticceria che diviene il quartier generale dei suoi uomini.
Quando nel 1991 inizia la guerra con la Croazia (uno dei pretesti per far scaturire la guerra furono i pesanti scontri a Zagabria tra le opposte tifoserie della STELLA ROSSA BELGRADO e la DINAMO ZAGABRIA) i vertici jugoslavi pensano a lui per organizzare le milizie di volontari.
Raznatovic non fatica assolutamente a formare un esercito di volontari nazionalisti pronti a combattere per lui e per la loro patria: questi volontari erano gli HOOLIGANS delle diverse curve degli stadi serbi, in particolare stella rossa e i criminali comuni che affollavano le carceri e che volevano riscattarsi dal loro passato.
A partire dal 1991, Arkan gestisce il Centro per la Formazione Militare del Ministero per gli Affari Interni serbo.
Arkan, solamente dagli ultras della stella rossa, recluta un'unità di circa 3000 uomini con il nome ufficiale di GUARDIA VOLONTARIA SERBA, successivamente modificato in TIGRI che a partire dall'autunno del '91 ha operato sulla linea di confine serbo-croata.
Si dice che il nome tigri sia voluto dallo stesso Raznatovic quando è entrato in possesso di un piccolo tigrotto che sosteneva aver rubato dallo zoo di Zagabria.
L'unità TIGRE era solita attaccare con l'artiglieria un paese, di norma musulmano o croato, impossessandosi di strade principali e case o proprietà private da donare al popolo serbo; secondo un documento jugoslavo il motivo principale della lotta di Arkan non era tanto la lotta al nemico ma l'appropriazione di proprietà private musulmane da donare ai poveri della Serbia ortodossa e la feroce tortura dei cittadini che gli si opponevano al passaggio.
Il quattro aprile del 1992 l'unità Tigre compie una vera e propria impresa eroica, compiendo all'incirca 400 omicidi tra i musulmani che abitavano in serbia e che volevano organizzare la rivolta insieme ai bosniaci; l'allora presidentessa della zona sul confine controllata dalla serbia si recò a Bijeljina, dove stazionava l'unità Tigre e davanti alle telecamenre del modo intero baciò Arkan complimentandosi per il lavoro svolto.
Tra il 1992 eil 1993 le truppe del comandante Arkan svolgono una vera e propria pulizia etnica all'interno dei territori serbi e bosniaci; i territori presidiati dalle truppe serbe erano quei territori dove anni indietro la popolazione serba viveva pacificamente ma fu poi costretta ad abbandonarli perchè i musulami conquistarono tutto con le armi e la violenza e ora era giunto il momento di riconquistarli.
L'11 giugno del 1995 e nei giorni seguenti, Arkan e il suo esercito aiutano le truppe di RATKO MLADIC a riconquistare la città di Srebrenica cacciando a forza la popolazione musulmana che aveva invaso il territorio; sempre in quell'anno Arkan si presentò alle elezioni in Bosnia con il PARTITO DELL'UNITA' SERBA, ottenendo buoni risultati e un finanziamento da parte dell'OSCE per una cifra intorno ai 225.000 dollari.


La fortuna di Arkan viene principalmente dalla guerra; i saccheggi, il contrabbando di armi, benzina e sigarette e il traffico di auto rubate.
In particolar modo il leader serbo si è arricchito grazie al saccheggio sistematico delle case da lui conquistate, dove l'immobile andava alle famiglie serbe ma i beni tipo gioielli e preziosi andavano a lui e siccome non si fidava del sistema bancario della Jugoslavia comunista decise di tenere tutti i beni sequestrati nella propria abitazione.
Arkan aveva uno stile di vita molto lussurioso, ma si è sempre dimostrato generoso verso il proprio popolo; nel 1998 diventò il presidente della squadra di calcio belgradese dell' FK OBILIC, che poi successivamente donò alla moglie come pegno d'amore.
I famosi calciatori DEJAN SAVICEVIC e SINISA MIHAJLOVIC ricordano molto bene la giornata del dicembre del 1991 quando, reduci dalla vittoria della coppa intercontinentale a Tokyo, ad accogliere i giocatori della stella rossa, la loro squadra di allora, all'aereoporto di Belgrado trovano l'amico Raznatovic; conservano ancora il dono che il leader serbo fece ad ognuno di loro...una zolla di terra della slavonia con una pergamena: sulla pergamena oltre agli onori della vittoria calcistica c'era la promessa di Arkan che avrebbe liberato quella parte di terra dall'invasore.

Le tigri rimasero in attività fino all'ultimo giorno di guerra in Bosnia; Arkan fu assassinato il 15 gennaio del 2000.
La "tigre" si trovava all'INTERCONTINENTAL HOTEL di Belgrado a chiaccherare con dei suoi amici quando DOBROSAV GAVRIC, un poliziotto ventitreenne in congedo gli si avvicinò e gli sparò alla testa.
inutili i soccorsi da parte di ambuazne e amici perchè Zeljko Raznatovic si spense durante il tragitto all'ospedale.
La furia del suo sicario fu talmente energica da colpire a morte anche due stretti collaboratori di Arkan seduti al tavolo proprio con lui in quel momento; si salvò invece Zvonko Mateovic, un altro suo collaboratore il quale estrasse la sua pistola e colpì il killer alla spina dorsale paralizzandolo a vita.
Quando si diffuse la notizia della morte di Arkan, per tutta la Serbia ci furono spedizioni punitive contro presunti complici del suo assassinio; durante il funerale, a cui assistettero 200.000 persone, la sua milizia gli tributò gli onori militari.
La cerimonia fu eseguita secondo il rituale della sua chiesa ortodossa serba e la salma sepolta nel cimitero di NOVO GROBLJE a Belgrado.
La morte di Arkan suscita ancora stupore e tristezza tra il popolo serbo; tutt'ora viene pianto e per lui ogni anno vengono organizzate manifestazioni e ricorrenze per tutta la Serbia; nella sua Belgrado gli ultras della stella rossa non lo hanno mai dimenticato anzi, portano ancora avanti le lotte nel nome del loro leader.............ONORE ALLA TIGRE ARKAN!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!



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Ultimo aggiornamento Sabato 17 Settembre 2011 09:27 |
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Scritto da corsaro lariano
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Martedì 31 Maggio 2011 00:59 |
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“Criminali di Guerra”. E’ questo il termine, ormai abusato, con il quale le liberaldemocrazie occidentali processano gli sconfitti delle guerre che loro stesse causano con pretesti più o meno credibili da quasi un secolo. E così da Norimberga all’Aja c’è un sottile filo di ipocrisia planetaria che lega le vicende di soldati, militari, ufficiali e capi di stato che hanno avuto l’unico torto (o sfortuna) di trovarsi con i bastoni tra le ruote della macchina d’interessi strategici, geopolitici e, soprattutto economici, di Stati Uniti, in primis, e Gran Bretagna poi. Ratko Mladic è fondamentalmente un soldato, un Ufficiale, un ufficiale militare ha un compito: fare la guerra, farla bene, farla per il suo popolo, sacrificando i suoi uomini e se stesso per il bene della Nazione; questo ha fatto Ratko Mladic, ha guidato le milizie serbo bosniache in una guerra “civile” fratricida nella quale, la pretesa di trovare buoni e cattivi è assurdo, in una guerra non esistono ne buoni ne cattivi, ne posizioni completamente giuste ne completamente sbagliate, esistono posizioni diverse che, soggettivamente, ciascuno sposa o meno in base al suo pensiero. Ratko Mladic ha fatto ciò che ogni Generale, da quando esistono gli eserciti, avrebbe fatto, prendere decisioni per vincere la guerra e fare gli interessi della sua Nazione. Ciò viene definito, dai vincitori, "crimine contro l’umanità”? Allora mi domando; per quale motivo ogni sconfitto deve rispondere di questa assurda accusa, mentre i signori d’oltreoceano godono di un’autoproclamata immunità al di sopra di qualsiasi norma di diritto internazionale? Prendiamo, ad esempio, l’unica sconfitta subita (ad oggi) dalla macchina da guerra americana: il Vietnam. Nel sudest asiatico, il conflitto scatenato dagli U.S.A. ha provocato, dal 1965 al 1975, due milioni di morti, quattro milioni di feriti e dodici milioni di profughi, qualcuno ha pagato? Richard Nixon o Lyndon Johnson hanno mai dovuto rispondere davanti a chicchessia di “crimini di guerra”? Senza contare le carneficine operate dalle allegre brigate di George Bush in Iraq e Afghanistan dove i morti superano abbondantemente il milione di unità. La verità è che il Tribunale Internazionale dell’Aja è un teatrale baraccone senza alcuna legittimità morale, ad uso e consumo dei mass media, e del popolino imbambolato dalla favoletta democratica,dove si processano patrioti per giustificare con la solita motivazione umanitaria, a posteriori, guerre che in realtà hanno fin troppo evidenti finalità strategiche, geopolitiche ed economiche. Il burattino principale di questo ridicolo teatro delle marionette è Carla Del Ponte, un’anziana signora bionda affetta da un evidente delirio di onnipotenza, che ha passato la vita a cercare e processare, su base prettamente ideologica, patrioti d’ogni Nazione, senza un apparente filo logico o sequenza temporale, ma unicamente in ogni teatro in cui gli Stati Uniti scatenavano, e vincevano guerre. Non dovrebbe esistere un diritto supremo, sopranazionale che possa, in alcun modo, giudicare soldati e capi di stato per condotte riguardanti vicende interne ad ogni Nazione, non può e non dovrebbe esistere un Giudice Mondiale plenipotenziario con la libertà di decidere chi è stato bravo e chi è stato cattivo in lotte intestine che affondano le loro radici secolari e sono motivate da questioni etnico religiose che la Signora Del Ponte non conosce. Per i Serbi hanno ragione i Serbi, per i Croati hanno ragione i Croati, per i Bosniaci hanno ragione i Bosniaci, per Carla Del Ponte hanno ragione coloro che affiancano gli Stati Uniti e torto coloro che si oppongono ai loro interessi. Bella concezione di diritto internazionale. Ratko Mladic è un Generale amato e rispettato dalla sua gente, considerato eroe nazionale da un popolo che ha subito umiliazioni e vessazioni d’ogni genere, un popolo che, grazie a lui, ha salvato quel poco che è riuscito a salvare in una situazione in cui tutto il mondo bombardava i Serbi, e l’occidente si permetteva di mutilare quella Nazione a tavolino. Gli americani andrebbero processati, Carla Del Ponte dovrebbe essere messa a riposo e Ratko Mladic celebrato per ciò che è stato; un valoroso Generale che ha tenuta alta la bandiera Serba contro mezzo mondo, invece Carla Del Ponte continua nei suoi deliri, gli americani seguitano a scatenare guerre e i patrioti continuano ad essere processati come criminali. La storia, tuttavia, scriverà le vere sentenze. Non impugnabili ne all’Aja, ne in nessun’altro angolo di questo pianeta.
Alessio Zanatta

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 01 Giugno 2011 00:09 |
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Scritto da corsaro lariano
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Mercoledì 04 Maggio 2011 01:29 |
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La più grande potenza militare ed economica del pianeta ha investito dieci anni di guerra, miliardi di dollari e migliaia e migliaia di uomini e mezzi per uccidere un anziano megalomane diabetico considerato (a torto o a ragione) il fulcro di tutti i mali di questo pianeta e, una volta ottenuto l’obiettivo, l’Interpol rilascia una dichiarazione in cui avverte che, da ora in avanti, il pericolo terrorismo è "accresciuto". Sembrerebbe una barzelletta se non fosse ciò che sta accadendo in questi giorni.
Se noi pensiamo ad Al Qaeda oggi, come ad un’organizzazione granitica, facente capo a Bin Laden e Al Zawahiri, che si muove su tutto il pianeta sotto comando di questi due, siamo totalmente fuori strada. Il panorama del terrorismo internazionale di matrice islamica (dopo gli attentati alle ambasciate USA di Kenya e Tanzania) è formato da una galassia di groppuscoli per lo più indipendenti e autogestiti che agiscono in totale autonomia, sia finanziaria che operativa. Sta di fatto che, gli U.S.A. non sono nelle condizioni di affrontare un nemico di questo tipo, troppo frammentato, disperso, nascosto e privo di una matrice comune che lo possa ricondurre ad un qualcosa di concreto, visibile, soppesabile e affrontabile, ecco quindi prendere Al Qaeda, la panacea per tutti i mali, organizzazione nella quale inserire arbitrariamente chiunque, su questo pianeta, compia atti di tipo terroristico dal dagli USA alla Spagna, dalla Gran Bretagna allo Yemen. Dopo aver posizionato un artefatto nemico sullo scacchiere geopolitico, si ha finalmente un posto concreto dove fare una guerra.
Gli USA sono maestri indiscussi nel creare le condizioni per poter giustificare l’azione militare, da Pearl Harbour, quando la flotta fu volontariamente lasciata all’ancora al fine di invitare il Giappone a mandarla completamente a picco, al Golfo del Tonchino, con il quale si giustificò il disastroso intervento nel sudest asiatico, alle inesistenti armi di distruzione di massa di Hussein. Se vi ricordate, all’indomani dell’attacco alle Twin Towers, Osama Bin Laden smentì categoricamente qualsiasi coinvolgimento, lo fece da subito, fin dal primo momento in cui, ancora la polvere non s’era dissolta e già lo Stato Maggiore Americano aveva indicato lo sceicco saudita come mente di quanto era accaduto. Se Bin Laden avesse organizzato tutto quello che successe quell’11 settembre, perchè smentire con forza vibrante ogni suo coinvolgimento? Del resto aveva già rivendicato gli attentati alle ambasciate di Kenya e Tanzania del 1998, perché non continuare a giocare il ruolo del cattivo? Con il passare dei giorni, Osama Bin Laden constatò che l’immagine di colui che aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti gli piaceva, e poteva accrescere a dismisura la sua immagine di "liberatore del mondo arabo", tanto è vero che dopo qualche settimana, egli smentì la sua iniziale smentita e si attribuì la paternità degli attacchi nel cuore di Manhattan.
Da li in poi il gioco fu semplice, ogni attacco, venne attribuito a Bin Laden e alla "sua" Al Qaeda, quest’ultimo, ricco ma evidentemente poco intelligente, non faceva altro che apparire in Tv assumendosi ogni volta la responsabilità di ogni attacco. Identificato un nemico, anzi "il" nemico per eccellenza, collocarlo nel cuore di una terra strategicamente fondamentale per l’accerchiamento all’Iran come l’Afghanistan fu molto più semplice, attaccare questa terra con quella motivazione fu un gioco da ragazzi. Concludo ricordando che, letteralmente, Al Qaeda significa "base", qualcuno fa derivare il nome dalle "basi" nelle quali si addestravano i Mujaheddin contro i russi negli anni ’80, più specifico fu qualche anno fa l'ex-ministro degli Esteri britannico Robin Cook, che rilasciò un'intervista, poi passata sotto silenzio, l'8 luglio 2005 al quotidiano britannico >"The Guardian"; Cook, che si dimise per protesta contro l'aggressione all' Iraq di Tony Blair, disse che Al Qaeda è la traduzione in arabo di "data-base": "Per quanto ne so io, Al Qaeda era originariamente il nome di un data-base del governo USA, con i nomi di migliaia di mujaheddin arruolati dalla CIA per combattere contro i Sovietici in Afghanistan" Al Qaeda è esistita, esiste, o è solamente un database di Langley ove far confluire qualunque islamico su questo pianeta provi ad infastidire gli Stati Uniti al fine di poterlo considerare un nemico da eliminare?
Alessio Zanatta

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Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Maggio 2011 07:01 |
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Scritto da corsaro lariano
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Domenica 01 Maggio 2011 10:33 |
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Una delle questioni che, nel medio lungo periodo, potrebbe davvero diventare problematica, o, quantomeno, meritevole di un’analisi seria e approfondita, è la questione demografica. Le famiglie extracomunitarie che, oggi, vivono e lavorano sul nostro territorio, sono un po’ come le famiglie italiane del dopoguerra, ovvero, monoreddito (lavora spesso e volentieri solo il marito), e con le donne in casa; va da se che l’obiettivo primario per una famiglia di scarse ambizioni sociali come quella sopra descritta, sia il mettere al mondo ed allevare dei figli. La cultura che caratterizza un siffatto modo di affrontare la vita porta, di per se, ad un boom demografico selezionato unicamente in quella parte di cittadini non italiani che in qualche modo si sono integrati nel tessuto sociale nostrano. La società italiana è, di fatto, avanti come concezione di civiltà, di mezzo secolo rispetto alle culture cui appartengono gli extracomunitari. Una delle maggiori conquiste di questo progresso socioculturale, è stata l’emancipazione femminile che ha portato oggi la donna italiana ad essere sempre più autonoma, indipendente ed ambiziosa conquistando, di fatto, una posizione che, negli anni ’50 e ’60, era loro preclusa da un retroterra culturale di stampo patriarcale e decisamente maschilista. Oltre questo salto culturale vi è, non dimentichiamolo, una forte componente economica in tutto ciò; all’interno delle coppie, oggi, spesso e volentieri si deve lavorare in due per permettersi uno standard di vita degno e , quantomeno medio / medio-alto, qualora questo non fosse necessario, comunque, la donna tende sempre a trovarsi un lavoro per rendersi indipendente e autonoma dal punto di vista economico, rispetto all’uomo. I contratti di lavoro ai quali siamo abituati da qualche anno a questa parte sono al limite tra flessibilità e precariato, senza un contratto di lavoro a tempo indeterminato, spesso, andare in contro ad una maternità significa, il più delle volte, doversi cercare un nuovo lavoro, che sia compatibile coi doveri di mamma ecc. Abbiamo individuato nel progresso socioculturale e nelle mutate condizioni economiche le cause principali che stanno determinando l’involuzione demografica italiana, cause che, in nessun modo toccano le famiglie immigrate in quanto, come abbiamo specificato all’inizio, appartengono ancora ad una cultura di tipo patriarcale e maschilista che relega la donna unicamente all’allevamento dei figli e al governo della casa, inoltre, quell’unico stipendio sul quale possono contare, garantisce a loro tutto ciò di cui hanno effettivamente bisogno, ovvero, vitto e alloggio. Concludendo si può affermare che, di fatto, l’essere mezzo secolo avanti come civiltà rispetto agli immigrati di oggi, comporta sicuramente il vantaggio di avere degli standard di vita notevoli che vogliamo mantenere e una raggiunta parità dei sessi affermata e reale, cittadini e cittadine sempre più emancipate e indipendenti, e come effetto collaterale paghiamo lo scotto di una flessione demografica anche evidente che, nel medio lungo periodo potrà portare ad avere, nelle scuole pubbliche e negli asili, una maggioranza di figli di immigrati rispetto agli italiani. La multiculturalità non è nel dna italico e quand’anche la si provi ad introdurre forzatamente, gran parte della società rimarrà incompatibile e refrattaria e, inconsciamente o coscientemente, tenderà sempre di più a rigettare tutto ciò. Alessio Zanatta

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Ultimo aggiornamento Domenica 01 Maggio 2011 10:59 |
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Scritto da corsaro lariano
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Mercoledì 30 Marzo 2011 00:00 |
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Sgombriamo subito il campo da possibili malintesi; Gheddafi non ci piace. Non ci piace per diversi motivi, principalmente per la decisione di espellere ventimila italiani dalla Cirenaica nel 1970 e depredarli di ogni avere, non ci piace per la sua anti italianità palesata a più riprese, non ultima, l’istituzione del “giorno della vendetta” come festa nazionale, nel quale il regime ricorda e festeggia l’avvenimento di cui sopra; in barba a tutto ciò non ci piace per l’aria di sfida con la quale passeggia tra picchetti d’onore con la foto di Omar Al-Muhktar ben in vista sulla giacca militare, la sua spocchia e per quella capacità, complice un governo italiano privo di spina dorsale, di ottenere tutto ciò che vuole dettando condizioni da una tendopoli a Villa Pamphili. Tuttavia ci piace ancora meno l’ennesima guerra economica (e strategica) dei “volenterosi”, l’ennesima bugia, l’ennesima ipocrisia dei soliti noti della NATO, con la quale si vuole (ancora una volta) mascherare dietro un improbabile intervento umanitario, una guerra vera e propria finalizzata al rovesciamento di un Governo Nazionale indipendente per meri interessi economici e strategici. Ai Francesi, deus ex machina della situazione, fanno gola i primi in quanto la Libia è rimasto l’unico paese africano (o uno dei pochi ormai) tra quelli che si affacciano sul mediterraneo fuori dalla loro influenza economica. Storicamente lontano da Parigi come interessi petroliferi e partecipazioni di capitali, Gheddafi risulta un personaggio scomodo e dannoso, ergo, quale migliore occasione di questa per farlo fuori sostituendolo con un’opposizione che, al momento di mettere nero su bianco i nuovi partner commerciali, si ricorderà sicuramente di chi ha levato in volo i propri Mirage in un’operazione militare avviata con una frenesia tale da apparire quasi disorganizzata e improvvisata. Gli americani non mancano mai questi appuntamenti; il nord africa è una zona strategica di importanza vitale per l’accerchiamento all’Iran, perso Mubarak serviva ristabilire qualcosa (o qualcuno) che garantisse agli USA una nuova testa di ponte in quello scacchiere geopolitico. L’operazione è geniale dal punto di vista strategico e ricorda qualcosa di già visto, simulare un intervento umanitario al fine di creare uno stato “amico” la cui guida politica possa rappresentare, di fatto, un avamposto sicuro in una posizione di fondamentale importanza; qualche anno fa si chiamava Kosovo, oggi (e domani) si chiamerà Cirenaica. E il ruolo dell’Italia in tutto ciò? Anche questo già visto come sopra, un accordo di “amicizia” firmato poi stracciato, la cessione in comodato d’uso delle basi militari, il nostro Governo escluso dai vertici che contano (ai quali partecipano solamente Germania, Francia, Usa e Gran Bretagna) e dulcis in fundo tanti bei chilometri di coste dove far sbarcare profughi che inevitabilmente scappano da una guerra che non volevamo, che altri fanno dalle nostre basi, contro un paese con il quale, obtorto collo, avevamo un trattato d’amicizia e che porterà vantaggi economici e geopolitici a tutti i compagni di merende bombaroli fuorchè a noi. A noi gli immigrati, a Tedeschi e Francesi vantaggi economici e ad americani e inglesi avamposti strategici. Qualcosa di nuovo? No, tutto purtroppo già troppe volte visto e rivisto. Alessio Zanatta

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Ultimo aggiornamento Domenica 01 Maggio 2011 11:06 |
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