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Militia Como - Distinzione e Tradizione
Che Guevara e Juan Domingo Peron PDF Stampa E-mail
Scritto da corsaro lariano   
Lunedì 19 Dicembre 2011 12:44

( di Nando De Angelis, tratto da: http://www.webarchia.org/index.php?i_tree_id=40&i_forum_id=1368 )

Come vissero i giovani militanti della Juventud Peronista, che si preparavano a passare dalla resistenza all’offensiva, quell’infausto giorno dell’otto ottobre 1967? Che legami trovarono fra Perón e il Che? Poterono affermare fondatamente che Perón era guevarista e il Che peronista?

Il Che era la guida etica della rivoluzione: l’uomo nuovo. Perón quella concreta: il capo di un movimento di liberazione nazionale. Avevano, di fatto, la stessa prospettiva sudamericana della rivoluzione e lo stesso nemico: l’imperialismo nordamericano.

Per questo motivo poterono, allo stesso tempo, essere d’accordo e dissentire con entrambi. Dissentire con il Che circa la "strategia dell'azione" per raggiungere gli obiettivi rivoluzionari: principalmente con la teoria "del focolaio„. Alla gioventù peronista costò molto capire il concetto di "avanguardia". Provenivano tutti da una corrente di pensiero che aveva come soggetto della rivoluzione l’unità di tutte classi in difesa degli interessi della nazione contro l’imperialismo. Venivano da una esperienza operaia reale e non immaginaria, non ritenevano che ci fosse bisogno del "focolaio" per svegliare la coscienza di classe: bisognava solo aspettare che questa maturasse con la lotta, i lavoratori, in maggioranza peronisti, erano "la spina dorsale del Movimento". Coltivavano un’idea di insurrezione che riuscisse se non a evitare almeno a ritardare i conflitti di classe.

Erano in profondo accordo con il Che perché credevano fermamente che la rivoluzione fosse il prodotto dell’uomo nuovo, che la forma desse il contenuto. Per rifondare la nazione bisognava abbandonare le vecchie pratiche liberali, rivendicare la nobiltà della politica, trasformare la militanza in un esercito epico munito di solidi principi etici: l’uomo nuovo doveva guidare questo processo, sulla scia dei grandi ideali della classe operaia peronista. Dissentire da Peròn quando, per realpolitik, sosteneva l’anacronistica rivoluzione democratico borghese in un mondo dove le lotte popolari tendevano tutte al socialismo. Per questo, rivendicando lo spirito critico che deve animare ogni militanza vera, manifestarono con forza la propria contrarietà.

Ma quando si doveva lottare per conseguire aumenti salariali o destabilizzare il "partito militare" che acquisiva sempre più potere, la strategia vincente era quella di Peròn e non quella del Che. La rivoluzione è un processo di costruzione di rapporti di forza, per combattere il formidabile potere del regime e Peròn rappresentava l’asse dell’unità, il rettore di una strategia di insieme.

Perón e il Che si sono spesso incontrati durante la loro lotta rivoluzionaria. Non è una presunzione infondata, ci sono fonti attendibili che confermano questi incontri. Certo, diverse erano le motivazioni. Per Peròn il Che era parte insostituibile della sua strategia di manipolazione di un dispositivo di insieme. Soprattutto perché per lui, e per i peronisti, la rivoluzione cubana non era importante solo perché socialista ma perché era una rivoluzione di liberazione nazionale. Per il Che le masse popolari che si riconoscevano nel peronismo erano il soggetto reale del suo progetto rivoluzionario di liberazione del Sud America.

D'altra parte, se per Perón il Che era "el más grande revolucionario de América„, per il Che, Perón era già il leggendario e carismatico leader antimperialista latinoamericano. Non passò, a lui, inosservato l'accordo dell'ABC che Perón aveva firmato in 1951 con Cile e Brasile: un atto originale e concreto di integrazione panamericana che, presumibilmente, fu uno delle cause principali del suo defestrenamento.

Solo la visione geniale dello statista che albergava in Peròn può avergli dettato quella famosa lettera del 8 ottobre del 1967, dove profetizzò la grandezza che avrebbe assunto la figura del Che dopo il suo sacrificio in Bolivia: " Ci sentiamo fratelli di tutti quelli che, in qualsiasi luogo e sotto qualsiasi bandiera, lottano contro l’ingiustizia, la miseria e lo sfruttamento. Ci sentiamo fratelli di tutti quelli che con valore e decisione affrontano la voracità insaziabile dell’imperialismo che, con la complicità delle oligarchie senza patria sostenute da militari marionette nelle mani del Pentagono, opprime i popoli.

Oggi è caduto, come un eroe, il giovane più straordinario della rivoluzione latinoamericana: è morto il Comandante Ernesto Che Guevara.

La sua morte mi lacera l’anima perché era uno dei nostri, forse il migliore: un esempio di condotta e di spirito di sacrificio. La profonda convinzione nella legittimità della causa che abbracciò, gli ha dato la forza, il valore, il coraggio che oggi lo eleva alla categoria di eroe e martire…"

Il punto di contatto fra il Perón del 1967 e il Che si evidenzia in un paragrafo di quella lettera: "La sua vita, la sua epopea, sono l’esempio più alto e puro a cui devono tendere i nostri giovani, i giovani di tutta America Latina".

E’ impressionante la capacità di Peròn di vedere così lontano nel futuro, anche in considerazione del fatto che Guevara aveva molti nemici nei settori tradizionali del Movimento Peronista. In ogni caso, se qualche frangia del peronismo non era d’accordo, risultava avversata e sconfessata dallo stesso Peròn.

Il popolo si infervora e lotta quando gli obiettivi sono importanti: l’emancipazione nazionale, la sovranità popolare, la giustizia sociale, il socialismo, la Nazione Latinoamericana. Peròn era profondamente sanmartiniano e come "el Libertador", sapeva che "senza illusioni, senza ideali i popoli non potrebbero vivere". Capì che la figura mitica in cui si sarebbe trasformato il Che nel futuro, avrebbe infiammato le masse popolari.

Guevara non era da meno, la sua visione lungimirante di stratega è testimoniata nei passi di una missiva, da lui inviata alla madre, datata 20 giugno 1955 (quattro giorni dopo il pesante bombardamento di Plaza de Mayo che provocò la morte di centinaia di civili). Il Che, in anticipo con i tempi, qualifica come "escrementi" gli aviatori che vigliaccamente, dopo avere assassinato tanta gente e senza correre alcun rischio, si bearono dell’accaduto al loro ritorno a Montevideo e lo giustificarono affermando che lo avevano fatto in nome di dio. Non risparmia i dirigenti civili che parteciparono al tentativo di colpo di stato affermando che "non avrebbero avuto alcuna remora a scagliare i propri mastini contro il popolo al primo sciopero…a massacrare centinaia di "negros" per il delitto di difendere le proprie conquiste sociali e la stampa, compiacente e asservita, avrebbe sostenuto che era certamente molto grave e pericoloso che lavoratori di una sezione vitale del paese dichiarassero lo sciopero generale". E continua: " la Chiesa ebbe delle grosse responsabilità nel tentativo di colpo di stato, ed anche i "nuestros queridos amigos", i nordamericani, i cui metodi ho potuto apprezzare, di persona, in Guatemala". Una settimana dopo l’inizio del colpo di stato che avrebbe decretato la caduta di Peròn, Guevara torna sul tema in un’altra lettera (Querida vieja, 24 settembre del 1955): "Questa volta i miei timori si sono avverati, il tuo odiato nemico è caduto; qui le reazioni non si sono fatte aspettare: tutti i giornali del paese e le agenzie stampa straniere annunciavano con giubilo la caduta del tenebroso dittatore, i nordamericani gongolavano felici per i 425 milioni di dollari che finalmente potevano "recuperare" in Argentina, il vescovo di Ciudad de Mèxico si mostrava soddisfatto della caduta di Peròn, tutte le persone di fede cattolica e di destra che ho conosciuto non nascondevano la loro soddisfazione. Io ed i miei amici, no. Tutti abbiamo seguito con dolore la sorte del governo peronista…Qui, i progressisti hanno definito il dramma argentino come il "trionfo del dollaro, della spada e della croce". Ed al finale, aggiunge: "Ti confesso con tutta sincerità che la caduta di Perón mi ha profondamente amareggiato; non per lui, ma per quello che significa per tutta l'America Latina, perché suo malgrado e nonostante il forzoso tentennamento degli ultimi tempi, l'Argentina era il paladino di tutti noi che pensavamo che il nemico stesse al nord. Per me, che ho vissuto le amare ore del Guatemala, si è trattato di un calco a distanza…Persone come te crederanno vedere l’alba di un nuovo giorno…in un primo momento non ti accorgerai della violenza che si scatenerà perché ciò avverrà in una cerchia di persone lontana dalla tua".

Se qualcosa manca per comprendere la reale posizione del Che Guevara riguardo al governo peronista, citiamo la lettera diretta a Ernesto Sabato, datata 12/4/60: "Stimato compatriota: sono passati forse quasi quindici anni da quando conobbi un figlio suo, che ormai deve avere vent’anni, e sua moglie, in quel luogo che mi sembra si chiami "Cabalando", a Carlos Paz, e dopo, quando lessi il suo libro Uno y el universo, che mi affascinò, non pensavo che sarebbe stato lei, che possedeva quello che per me era la cosa più sacra al mondo, il titolo di scrittore, a chiedermi, col passare del tempo una definizione, un impegno di rincontro, come lei lo definisce, in base ad un’autorità accreditatami per alcun fatti e moti fenomeni soggettivi. Faccio questa premessa solo per ricordarle che appartengo, malgrado tutto, alla terra dove sono nato e che sono ancora capace di sentire profondamente tutta la sua allegria, la mancanza di speranza e anche le sue delusioni. Sarebbe difficile spiegarle perché "questo" non sia una "Rivoluzione Liberatrice"; dovrei forse dirle che avevo visto le virgolette nelle parole che lei denuncia, fin dal momento in cui apparvero e che identificai quella formula con quanto era accaduto in Guatemala che avevo appena abbandonato, vinto e quasi disilluso. Come me, erano tutti quelli che avevano preso parte a quell’incredibile avventura e che avevano approfondito il loro spirito rivoluzionario a contatto con le masse contadine, in una profonda interrelazione, durante due anni di lotta crudele e di risultati veramente grandi. Non potevamo noi essere per la "liberatrice" perché non eravamo parte di un esercito plutocratico, ma eravamo un nuovo esercito popolare, sollevatosi in armi per distruggere il vecchio; e non potevamo noi essere per la "liberatrice" perché la nostra bandiera di combattimento non era una vacca, ma un filo di ferro di recinzione latifondiaria, spezzato da un trattore, come è oggi l’insegna del nostro INRA (Istituto Nazionale per la Riforma Agraria). Non potevamo essere per la "liberatrice" perché le nostre servette piansero di gioia il giorno in cui fuggì Batista e noi entrammo all’Avana; e oggi si continuano a fornire i dati su tutte le manifestazioni e le ingenue cospirazioni della gente del "Country Club" che è la stessa gente del "Country Club" che lei ha conosciuto lì, e che a volte sono stati suoi compagni di odio contro il peronismo".

Era Guevara un peronista? Tanto, quanto Perón era guevarista.


Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Dicembre 2011 20:12
 
Monti ride, lo Stato pretende ma non paga, e gli imprenditori si siuicidano PDF Stampa E-mail
Scritto da corsaro lariano   
Lunedì 19 Dicembre 2011 12:18

(fonte: http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2011/17-dicembre-2011/imprenditore-morto-suicida-ha-trovato-solo-porte-chiuse-1902569569892.shtml )

di Massimo Guerretta

Imprenditore morto suicida: «Ha trovato solo porte chiuse»

Commozione e rabbia per l'ultimo saluto a Giovanni Schiavon. In chiesa amici e imprenditori: La figlia: vorrei trovare il coraggio per dire qualcosa ma ho il cuore vuoto, ciao papi...»

PADOVA - Commozione e rabbia composta tra le circa 300 persone che hanno gremito la chiesa della Sacra Famiglia, a Padova, per i funerali di Giovanni Schiavon, l'imprenditore edile gravato dalle difficoltà finanziarie dell'azienda, con crediti che non riusciva a riscuotere però per circa 200 mila euro, che ha posto fine alla sua vita con un colpo di pistola nel suo ufficio lunedì scorso a Peraga di Vigonza. Molti, tra i banchi della chiesa, i colleghi di Schiavon segnati dall'emozione. L'imprenditore, titolare della Euro strade 90 Snc aveva lasciato un biglietto alla famiglia con cui chiedeva perdono e che si concludeva con una frase «Non ce la faccio più». Poche parole che facevano implicito riferimento proprio ai molti crediti che non riusciva ad esigere dalle aziende per cui aveva lavorato come sub appaltatore e ai debiti accumulati per dare corso all'esecuzione dei lavori che non gli erano poi stati saldati. «Vorrei trovare il coraggio per dire qualcosa ma ho il cuore completamente vuoto, ciao Papi» ha detto la figlia Flavia tra le lacrime. Assieme alla mamma e ai vertici delle categorie imprenditoriali venete nei giorni scorsi ha firmato una lettera inviata al presidente del consiglio Mario Monti, nella quale viene chiesto, tra l'altro, che venga adottata al più presto la direttiva europea che prevede tempi certi e rapidi per i pagamenti con l'appello diretto allo stesso Monti di fare presto per il bene delle aziende e del Paese. Il parroco, don Massimo Facchin, nell'omelia ha ricordato la serietà e l'onestà dell'imprenditore, schiacciato da un sistema bloccato e in cui le regole sembrano essere evaporate sotto i colpi della crisi. «Noi siamo per aprire le porte della fede e della preghiera: lui ha trovato solo porte chiuse» ha detto il sacerdote al termine dell'omelia. «È il sistema che lo ha ammazzato - ha detto carico di rabbia all'uscita dalla chiesa un imprenditore edile - siamo in un meccanismo che stritola e che non funziona più. Bisogna mettere mano al patto di stabilità : io avanzo 120mila euro da un'azienda che mi ha pagato con assegni protestati, e 200mila euro da un comune della provincia di Venezia che non so quando mi pagherà. Come si fa ad andare avanti così?». (Ansa).


 

Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Dicembre 2011 20:15
 
CONFERENZA SU EVOLA A MILANO PDF Stampa E-mail
Scritto da fabio   
Giovedì 15 Dicembre 2011 17:21

Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Dicembre 2011 17:23
 
Zamparini, partito contro l'usura legalizzata di Equitalia PDF Stampa E-mail
Scritto da corsaro lariano   
Giovedì 15 Dicembre 2011 01:05

(fonte : http://palermo.blogsicilia.it/nasce-il-movimento-per-la-gente-di-zamparini/67774/ )

 

Il presidente del Palermo,Maurizio Zamparini, il 13 novembre 2011 - ha dato vita al “Movimento per la gente” al Fiano Romano.

“È un movimento d’opinione e di pressione che ho creato insieme con l’avvocato Alberto Goffi e con Ilario Di Giovambattista – ha spiegato Zamparini -Vogliamo che la politica risolva i veri problemi della gente, oggi di tutto si parla fuorchè dei problemi delle persone”.

“Ieri sentivo in televisione di questo nuovo governo e non ho sentito enunciare la risoluzione di un solo problema. Si pensa al debito pubblico alla Bce, ma la gente se ne sbatte le scatole della finanza e della borsa, pensa ai posti di lavoro. Questo movimento è nato per questo, spero che sia un ruscello che nasce qui oggi e che poi andrà con altri ruscelli che nasceranno in altre parti d’Italia, perché tutti gli italiani sono stufi di questa situazione”.


Ma Zamparini non scenderà in politica in prima persona: “non farò politica – ha spiegato – ma coltiveremo un bacino da cui far crescere giovani per una politica nuova, diversa da quella che
abbiamo avuto fino ad oggi”.

Poi la sua esperienza personale: “faccio l’imprenditore e sono vessato, mi viene impedito di creare posti di lavoro. Dobbiamo svegliarci. Noi siamo lo Stato invece in questo Paese siamo sudditi e lo subiamo. Vogliamo cambiare tutto questo. In Sicilia mi aspetto una grandissima reazione”.

Alla presentazione del movimento stamattina hanno partecipato circa 3 mila persone, che hanno avuto anche la possibilità di rivolgersi agli avvocati del movimento forense romano per una consulenza gratuita contro le cartelle di Equitalia. Dopo questo incontro ci saranno anche altri incontri che faranno tappa a Palermo, Cagliari, Torino, Udine, Pordenone, Napoli, Milano.

 


Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Dicembre 2011 20:13
 
L’avidità delle banche e la lezione di Occupy Wall Street PDF Stampa E-mail
Scritto da corsaro lariano   
Lunedì 12 Dicembre 2011 01:45

Di Manuel Castells, tratto da www.navecorsara.it

Il capitale finanziario e i suoi manager hanno un problema serio: la gente non li ama. Anzi, molti li odiano. Sono sempre di più le voci che si levano contro i politici, considerati marionette impegnate a proteggere con i soldi dei contribuenti le banche di cui sono in balìa, senza che le banche restituiscano il favore quando le cose vanno bene a loro e male al paese.

Il fatto (dicono le banche) è che i soldi sono dei loro azionisti. Nessuno ci crede: nelle assemblee degli azionisti basta una partecipazione minoritaria di controllo per decidere tutto. Se a questo aggiungiamo gli investimenti incrociati tra banche (le cosiddette love letters) ecco che il sistema si chiude su se stesso, con pochi vantaggi per i cittadini e grandi profitti per i banchieri, che ricevono dei bonus esorbitanti anche quando i loro istituti fanno bancarotta. Di pagare più tasse neanche a parlarne: ci sono i paradisi fiscali.

Ecco perché il movimento Occupy Wall street, nato nel cuore del capitalismo finanziario, si è guadagnato un forte sostegno negli Stati Uniti e nel mondo. L’idea di occupare Wall street nel giorno in cui gli Stati Uniti celebrano la costituzione, il 17 settembre, per protestare contro il controllo della finanza sulla politica è stata seguita da gruppi molto diversi tra loro in tutto il paese.

La manifestazione è stata organizzata su internet e un migliaio di persone si sono accampate a Zuccotti park, vicino al distretto finanziario. Le richieste dei manifestanti erano molte, ma tutti erano d’accordo sulle critiche al sistema finanziario che aveva causato la crisi e che continuava ad avere potere di vita e di morte sull’economia e la politica. Dove non erano arrivati i mezzi di comunicazione tradizionali è arrivata la rete, e l’iniziativa si è diffusa velocemente tra i cittadini, stufi di molte cose, ma soprattutto delle banche.

Quando la polizia è intervenuta, i sindacati statunitensi, che stanno subendo l’offensiva micidiale dei governatori repubblicani e delle grandi imprese, hanno deciso di unirsi al movimento. Il primo ottobre i manifestanti hanno marciato verso il ponte di Brooklyn, e la polizia li ha lasciati fare. Era una trappola: cercavano un pretesto per arrestare centinaia di persone. Ma il comportamento goffo della polizia ha favorito le telecamere e così, per la prima volta, i mezzi d’informazione si sono davvero occupati del movimento.

La cacciata. Nella notte tra il 14 e il 15 novembre, la polizia di New York ha evacuato Zuccotti Park, dove i manifestanti di Occupy Wall Street si erano installati dal 17 settembre. Paradossalmente lo sgombero forzato potrebbe rinforzare il movimento.

Si è rotto il muro del silenzio. Il movimento si è diffuso in tutto il paese. Centinaia di città e numerosi quartieri e strade vivono la loro occupazione nello spazio urbano ma anche su un sito che racconta le iniziative quotidiane e si collega ad altre pagine web che tessono una geografia virtuale e spaziale del cambiamento di mentalità nel paese capitalista per eccellenza. L’82 per cento dei cittadini dello stato di New York e il 46 per cento degli statunitensi è d’accordo con le critiche avanzate da Occupy Wall street, mentre il 34 per cento è contrario. Il movimento dice di rappresentare il 99 per cento dei cittadini in contrapposizione all’un per cento che possiede il 20 per cento della ricchezza.

Comincia ad avere un impatto sull’opinione pubblica: il 68 per cento chiede di aumentare le tasse ai ricchi e il 69 per cento pensa che i repubblicani favoriscano i ricchi. Anche Obama è presentato come un prigioniero di Wall street e quindi l’effetto elettorale è incerto, a meno che il presidente non cambi radicalmente qualcosa. Il movimento sta diventando sempre più popolare, le occupazioni aumentano, ed è aumentata anche la repressione della polizia, con centinaia di arresti e cariche più dure.

Il 22 ottobre, a New York, un robusto sergente dei marines tornato dall’Afghanistan si è messo a urlare contro i poliziotti accusandoli di violare gli ideali americani perché stavano attaccando i manifestanti. La polizia non ha osato far niente contro di lui. Tre milioni di persone hanno visto il video. La notte del 25 ottobre la polizia di Oakland ha attaccato l’accampamento di fronte al comune. Un lacrimogeno ha fratturato il cranio del marine Scott Olsen, che partecipava all’occupazione. Il sindaco si è scusato.

Dopo sette settimane le occupazioni si moltiplicano e si rafforzano in tutti gli Stati Uniti. Le banche sono sempre nel mirino. Molly Katchpole, 22 anni, di Washington, ha reagito contro la decisione della Bank of America che pretendeva cinque dollari per le operazioni con il bancomat, una misura che anche altre banche pensavano di introdurre. La ragazza ha pubblicato la sua protesta su internet. In poche ore 300mila persone si sono unite a lei, le banche hanno rinunciato al prelievo e i mezzi d’informazione ne hanno parlato.

Moveon.org, con cinque milioni di iscritti, ha lanciato una campagna per invitare i cittadini a ritirare i soldi dalle grandi banche e depositarli presso le cooperative di credito e le banche comunitarie. Dalla rete alla strada, dalla strada al conto in banca. I manager, che qualche settimana fa brindavano provocatoriamente con lo champagne dalle finestre di Wall street mentre passavano i manifestanti, cominciano a nascondersi. La mancanza di moralità del mondo finanziario sembra aver trovato un contropotere con cui non aveva fatto i conti: i suoi stessi clienti.

 


 
Le sei leggi "regala-soldi-alle-banche" PDF Stampa E-mail
Scritto da corsaro lariano   
Mercoledì 07 Dicembre 2011 13:10

di: Alfonso Luigi Marra, tratto da: www.fermiamolebanche.it

 

 

 

Sono 6 le leggi, 4 delle quali recentissime, con le quali sono stati regalati alle banche centinaia di

miliardi di euro annuali. E poiché (non so se stupisce) nessun partito si è opposto, non resta che il

referendum.

-La più recente è il DL n. 70\13.7.2011 ('decreto sviluppo'), art. 8, secondo cui l'usura, che prima

scattava quando il tasso medio veniva superato del 50%, scatta ora quando viene superato di 8

punti, o  anche del 25% + 4 punti. Due criteri il secondo dei quali è in realtà 'fumogeno' (serve a

confondere), perché è  un po' più vantaggioso per i cittadini solo  con tassi  molto alti, tipo 20%,

come quelli dei crediti al consumo. Ma per fare invece l'esempio che interessa il maggior numero di

italiani, nei mutui a tasso variabile, ora in media del 2,79%, prima, per verificarsi l'usura, la banca

doveva praticare il 4,18%, mentre ora il 10,79%. Anche se, secondo la Banca d'Italia (un'illecita

azienda privata di proprietà di quelle stesse banche che finge di controllare), andrebbe applicato il

criterio del 25% + 4 punti, per cui l'usura sui mutui inizierebbe 'solo' dal 7.48%, contro il 4,18% di

prima. Una posizione questa anch'essa rivolta a confondere, nel senso che Banca d'Italia ha per i

momento  indicato  il criterio  del 25% + 4 punti sapendo però che,  di  fatto, in sede penale, ove

occorra, le banche hanno sempre la possibilità di difendersi  invocando  il criterio del +8%. Un

innalzamento che, ora che la barriera del 'tasso soglia' è stata comunque elevata,  innescherà  un

aumento strisciante del costo del denaro, e che serve inoltre alle banche per evitare le condanne per

usura, da ultimo sempre più frequenti.

-La seconda è la L. n. 10, art. 2, comma 61, del 26.2.11, con cui, in contrasto frontale con decenni di

giurisprudenza anche delle Sezioni Unite della  Cassazione, si è stabilito che la prescrizione

decennale nelle cause contro le banche, che decorreva dalla chiusura del conto corrente, ora

decorra dall'annotazione dell'operazione. Significa che, ad esempio, in relazione a un conto durato

venti anni e chiuso nove anni fa potevi recuperare tutto, mentre ora puoi recuperare solo un anno,

ovvero solo le somme di cui la banca si è indebitamente appropriata tra oggi e dieci anni fa.

-La terza è il D. Lgs n. 11 del 27.1.2010 con il quale – ora che si stavano vincendo le cause sulla

'valuta zero', cioè sull'accredito immediato dei versamenti  – è stato stabilito l'accredito al terzo

giorno. Una guerra iniziata invero proprio da me nel 1980 (ottenendo il primo risultato positivo nel

2004) in base al semplice argomento che se Tizio dà a Caio un assegno di 1.000 euro il primo

gennaio, e Caio lo versa subito sul suo conto, i 1.000 euro vengono stornati a Tizio il primo gennaio

e accreditati a Caio dopo alcuni (o molti) giorni, sicché, nell'intervallo, gli interessi vanno alla banca,

che non è mai stata proprietaria dei soldi.

-La quarta è il D Lgs 4.8.99, n. 342, art. 25, con cui si è stabilito che l'anatocismo (addebito

trimestrale anziché annuale degli interessi) è legittimo purché venga praticato anche all'attivo,

'dimenticando' però l'enorme differenza tra tassi attivi e passivi. Una 'amnesia' che ha colpito anche

la Corte Costituzionale vanificando la sentenza in cui si dilunga a illustrare la legittimità del

'pareggiamento' senza però aggiungere (lo ha dato per  scontato?) che sarebbe occorso anche il

'pareggiamento' quantitativo dei tassi. Una 'amnesia' che, dal 22.4.2000, data di entrata in vigore di

questo regime, al 31.12.2010, con un tasso attivo medio dell'0,87% e un tasso passivo medio del

13,32 (10,08% + lo 0,81% trimestrale = 3,24% annuo di commissione di massimo scoperto), ha

causato – per ogni 100.000 euro – in dieci anni, un guadagno per i correntisti di 427 euro, ma un

guadano per le banche di 203.576 euro.

-La quinta è il decreto legislativo 385 del 1993, art. 50, con il quale si è stabilito che è sufficiente

una dichiarazione del direttore della banca (quindi 'di parte') per far diventare «certa, liquida ed

esigibile» la somma scritta in fondo a un qualsiasi estratto conto bancario. Con la conseguenza, ove

si rompano i rapporti, che la banca, anziché dover iniziare un giudizio civile con citazione, cosa che

ti consentirebbe di difenderti adeguatamente, può depositare un ricorso per decreto ingiuntivo:

decreti ingiuntivi che spesso i giudici (sempre larghi di manica con le banche per motivi meglio noti

a loro) rilasciano in forma esecutiva, sicché la banca può subito pignorarti quello che hai. Una

norma assurda (solo le banche possono 'autocertificare' i propri crediti), oggi divenuta grottesca

perché quasi tutte le voci dell'estratto conto sono ormai oggetto di censura giurisprudenziale, per

cui si sa a priori che il saldo, all'esito dei giudizi, risulterà errato.

-La sesta è l'art.  2 bis, comma  1,  legge  n. 2 del  28.1. 2009, con il quale il nostro incredibile

'legislatore', siccome la commissione di massimo scoperto, che in passato vigeva praticamente per

prassi, è stata oggetto di clamoroso e generalizzato superamento giurisprudenziale, anziché

prenderne atto e vietarla, l'ha ri-introdotta per legge, per di più raddoppiandola quasi.

Alfonso Luigi Marra

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 07 Dicembre 2011 13:12
 
Elogio della Ribellione PDF Stampa E-mail
Scritto da corsaro lariano   
Mercoledì 07 Dicembre 2011 12:50

( di Fernando Volpi, tratto da www.socialismonazionale.it )

Un genitore non dovrebbe mai consigliare al proprio figlio di intraprendere uno stile di vita o comportamenti che un giorno potrebbero essere controproducenti per il suo futuro. Quando si parla di figli tutti tendono a diventare iperprotettivi, forse anche in maniera esagerata: in questo il costume italico non ha nulla da imparare da nessun altro, tant’è che il termine “bamboccioni”, infelicemente usato da un noto tecnocrate quando occupava la poltrona di ministro dell’economia dell’ultimo governo Prodi, è stato coniato proprio nel nostro paese. Non commentiamo il senso più profondo delle parole che allora uscirono dalla bocca di Padoa Schioppa, solo perché, oggi, ne stiamo iniziando a vedere le definitive conseguenze per mano di un altro appartenente a quello stesso mefistofelico entourage.

Per chi ancora avesse il prosciutto sugli occhi ed il lardo dentro le orecchie o vivesse nella speranza di un’ultima miracolosa (e magari pure indolore) cura, è forse venuta l’ora di dargli uno scossone deciso per farlo riprendere dagli effetti cloroformici che in tanti anni il sistema mediatico ha sparso a piene mani sulle teste della gente. Così oggi la dittatura del pensiero unico,che risponde ai crismi ed agli stili di vita imposti da un modello economico in totale fallimento perché contrario alla naturale essenza dell’Uomo, ti permette sì di mettere una croce su una scheda e ti vende quel gesto come supremo atto di libertà, ma alla fine cerca e vuol farti digerire che il rottweiler che ti ha piazzato fuori dell’uscio di casa è lì solo per tutelare la tua sicurezza. E a nulla giova il fatto che tu dica”…..ma io un cane da guardia non ce lo voglio perché potrebbe diventare pericoloso e potrebbe mordere i miei figli”. Non giova perché tu non hai più voce in capitolo; un’ entità anonima, senza forma ne’ volto, attraverso processi automatici ed indifferenziati ha stabilito che ognuno di noi esiste solo in quanto produttore-consumatore e se ad un certo punto non riesci più a sostenere le regole del gioco, rischi il default e quindi ti tocca cedere la tua dignità di uomo e farti controllare da chi vuole mantenere in piedi quel sistema al quale non ti sei adeguato.

Dopo che alla gente della strada hai spiegato cosa ci sta succedendo e comprendi che un minimo di consapevolezza comincia a far breccia, quasi inevitabilmente ti senti porre la ormai classica domanda: “E’ vero, ma cosa si può fare?”  Ebbene, è proprio qui che dovrebbe prendere forma quel coraggio che ben pochi hanno e che si potrebbe benissimo sostanziare in una sola e semplice parola: RIBELLIONE.

Certo, pretendere da una persona di mezza età di trasformarsi in RIBELLE apparirebbe fuori luogo. La parola stessa stona e stride se accostata ad un placido signore che passeggia con la moglie sotto braccio. Ma fuori luogo quanto? E perché? Quando si parla del sacro diritto e dovere di divenire ribelli per non farsi stritolare da un meccanismo di relazioni politiche,sociali ed economiche che ci vogliono definitivamente ridurre a delle funzioni biologiche ambulanti e con un intelletto limitato alla percezione dei bisogni materiali, allora sì che chiunque può benissimo trasformarsi in quel RIBELLE che è dentro di noi.

Ecco dunque che il nostro signore con i capelli bianchi potrebbe cominciare rifiutandosi di andare a votare e promuovendo l’astensionismo attivo, oppure impegnando la credibilità che vanta presso i suoi interlocutori facendo capire che il sistema dei partiti moderni è una delle cause dei mali di questo sistema. La casalinga potrebbe organizzare con le amiche un sistema di consumi che privilegi l’acquisto di prodotti a filiera corta tramite i cosidetti gruppi di autoconsumo. Il giovane che esce con gli amici può rifiutarsi di andare al fast food della McDonald per scegliere una tipica bottega dove si mangia pane e prosciutto. Ci sono mille modi per ribellarsi, per mettere in atto e tradurre concretamente nella vita quotidiana le parole di uno che dell’esser RIBELLE se ne intendeva: “Il Ribelle è il singolo, l’uomo concreto che agisce nel caso concreto. Per sapere che cosa sia giusto, non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il Ribelle attinge alle fonti della moralità ancora non disperse nei canali delle istituzioni”.

E allora torniamo alla figura del genitore, al ruolo che ciascun padre e ciascuna madre possono avere, come RIBELLI, per l’educazione di un figlio. Senza necessariamente dover fare di un figlio un essere asociale, perché in tal caso si commetterebbe un grave errore, i genitori di oggi, di questo torno di tempo nefasto, hanno il dovere morale di risvegliare nei propri figli il gusto ed il desiderio per la RIBELLIONE.

Ribellione verso una scuola che non insegna ma plasma per come il sistema vuole. Ribellione verso il cristianesimo che ha perso ogni minima tensione spirituale.

Ribellione verso tutti i partiti politici, ormai asserviti al potere dell’oro. Ribellione verso uno stile di vita che mortifica l’essenza dell’Uomo. Ribellione verso il pensiero unico che predomina indisturbato. Ma soprattutto Ribellione verso chi vuol ostacolare la tua Ribellione. Perchè RIBELLE era Gandhi, RIBELLE era San Francesco, RIBELLE era Geronimo, RIBELLE era il professor Di Bella, Ribelle era Gesù, RIBELLE era Paolo, RIBELLE è Stelvio, Maurizio, Alessio, Riccardo. RIBELLE è chi ha scritto queste note con la speranza che la propria figlia le apprezzerà.

RIBELLE E’ CHI NON DA PER SCONTATO CHE LE COSE DEBBANO ANDARE SEMPRE PER UN SOLO VERSO !!


 
Equitalia ha metodi da usura 'Soffoca migliaia di imprese' PDF Stampa E-mail
Scritto da corsaro lariano   
Giovedì 01 Dicembre 2011 00:45

(Tratto da: http://torino.repubblica.it/cronaca/2010/03/05/news/equitalia_ha_metodi_da_usura_soffoca_migliaia_di_imprese_-2614552/ )

 

Bresso: 'Cinquantamila famiglie con rischiano il lastrico, sosterrò una class action'. La denuncia del consigliere comunale Udc, Goffi che come avvocato da anni si batte contro la 'spregiudicatezza' con la quale società pubblica riscuote debiti erariali.  Ipoteche emesse a fronte di debiti da esigere per centinaia di milioni di euro in gran parte di artigiani, commercianti, piccoli imprenditori che rischiano il fallimento

L´incubo che grava su Torino ha i numeri di una catastrofe finanziaria: sono cinquantamila le case ipotecate solo in città e in provincia da Equitalia la società dell´Agenzia delle entrate che si occupa della riscossione dei debiti erariali e cioè di chi non ha pagato o ha pagato solo in parte Inps, Inail, Iva, sanzioni amministrative e così via. Ipoteche emesse a fronte di debiti da esigere per centinaia di milioni di euro in gran parte di artigiani, commercianti, piccoli imprenditori (ma anche di semplici famiglie) che rischiano in questo modo di essere messi sul lastrico.

«Se quelle ipoteche dovessero trasformarsi in sequestri e poi nelle vendita dei beni, nel 2010 sono possibili migliaia di fallimenti di piccole imprese a Torino e provincia, un fatto che rischia di aggravare ancora di più la crisi», denuncia Alberto Goffi, capogruppo dell´Udc in Consiglio comunale (e candidato alle Regionali). Goffi, come avvocato, sta da tempo combattendo una battaglia contro Equitalia per la «spregiudicatezza» con cui a suo parere la società conduce la riscossione dei debiti. E ieri assieme alla presidente Mercedes Bresso ha tenuto una affollatissima conferenza stampa (c´erano decine di persone colpite da ipoteche nel comitato elettorale della presidente uscente) in cui oltre a ripetere la denuncia contro Equitalia ha proposto insieme alla zarina una serie di possibili soluzioni.

«Non è possibile - ha spiegato Goffi - che lo Stato conceda agli evasori totali di poter usufruire dello scudo fiscale, con cui pagando il 5 per cento del dovuto, ci si mette a posto. Mentre, allo stesso tempo, i piccoli imprenditori, le famiglie, i lavoratori non riescono a pagare i debiti perché Equitalia fa scattare sanzioni così pesanti con interessi che alla fine arrivano al 100-120 per cento». Sanzioni che, ha sottolineato Goffi, crescono di mese in mese e portano facilmente al raddoppio del debito: «È un circolo vizioso - dice ancora l´esponente Udc - il paradosso è che se un artigiano o un commerciante è in difficoltà (magari perché proprio lo Stato o un ente pubblico è in ritardo con qualche pagamento) e non riesce a far fronte a una ingiunzione, non solo si trova la casa ipotecata (o vede scattare il fermo amministrativo dell´auto, 70 mila a Torino e provincia), ma Equitalia segnala anche il fatto alle «centrali rischi» delle banche che in questo modo bloccano ogni forma di credito. In più il debito in poco tempo aumenta, anche del 100 per cento. E se il piccolo imprenditore già non ce la faceva a pagare, ad esempio 50 mila euro, figuriamoci se può far fronte al doppio». Insomma un girone infernale, simile a quello dell´usura, «solo che in questo caso è lo Stato ad usare metodi usurari». «È chiaro che noi non invitiamo nessuno ad evadere le tasse ma chiediamo che ci sia invece equilibrio e che per un anno si sospenda la riscossione - spiegano Goffi e Bresso - anche perché i numeri sono quelli di una emergenza: al 30 ottobre 2009 le istanze di dilazione del debito presentate ad Equitalia in provincia di Torino erano oltre 31 mila, contro le oltre 13 mila del 2008, per un importo complessivo di 350 milioni contro i 68 milioni dell´intero anno precedente».

Bresso ha proposto anche una serie di soluzioni per la drammatica vicenda: «Non è accettabile che lo Stato si comporti da usuraio - ha detto - per questo come Regione prima di tutto costituiremo un elenco delle persone coinvolte, per conoscere le dimensioni del problema. Poi sosterremo una class action». Non solo: la presidente della Regione ha annunciato di voler proporre una legge di iniziativa regionale in Parlamento per istituire la "clear" tra enti pubblici, cioè la compensazione dei crediti con i debiti: «Se un imprenditore deve un tot di soldi allo Stato per tasse o altro, ma ha anche crediti nei confronto degli enti pubblici le due cose si potrebbero facilmente compensare sull´esempio di quanto avviene già da tempo tra le banche, ancora prima dell´era informatica». Bresso ha inoltre garantito «norme regionali per cercare un sistema di garanzia sul modello dei fondi per le pmi»

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 02 Dicembre 2011 20:26
 
Equitalia, due mesi per pagare poi ti pignorano la casa PDF Stampa E-mail
Scritto da corsaro lariano   
Giovedì 01 Dicembre 2011 00:28

(tratto da: http://www.repubblica.it/economia/2011/10/02/news/equitalia_nuove_regole-22546403/ Articolo di Corrado Zunino)

 

ROMA - L'Agenzia delle Entrate cala l'arma "fine del mondo" sui contribuenti: in modo silenzioso, dopo un rinvio estivo e tre rivisitazioni in altrettanti decreti, ventiquattro ore fa l'Agenzia ha offerto al mastino Equitalia uno strumento di rara efficacia. Dopo 60 giorni dall'avviso al contribuente ("Devi pagare", e si parla di debiti con lo Stato contratti a partire dal 2007, imposte sui redditi, Iva, Irap), l'Equitalia guidata da Attilio Befera, l'istituzione più temuta del paese, potrà attivare i suoi mezzi per recuperare il debito. Senza muovere un passo, potrà iscrivere ipoteca sull'artigiano considerato infedele (facendo scattare una comunicazione alla centrale rischi delle banche con conseguente chiusura dei fidi), potrà pignorare il suo conto corrente (rendendo impossibile il pagamento di dipendenti e fornitori), avviare i pignoramenti presso terzi (sono i crediti dei clienti, Equitalia ha il potere di arrivare anche lì) e far partire le ganasce fiscali su auto e van posseduti.

Da ieri, il "titolo di debito" è immediatamente esecutivo: basta un avviso per considerarti in mora. Non c'è più bisogno di istruire una cartella esattoriale che, ricorsi compresi, portava al saldo dell'eventuale debito entro 15-18 mesi. Il problema è che in quattro casi su dieci i ricorsi davano ragione al contribuente. Già. Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha chiesto al suo braccio destro Befera certezza di entrate, gli ha assegnato l'obiettivo 13 miliardi per la prossima raccolta fiscale e, quindi, gli ha offerto una legge che dà al Fisco poteri mai visti nella storia della Repubblica. Entro 61 giorni dall'avviso - a prescindere dal fatto che l'avviso sia stato ricevuto o dorma in un ufficio delle Poste, in una Casa comunale - il contribuente o paga l'intera somma o contesta pagandone un terzo (più gli interessi maturati). Si deve saldare prima ancora dell'istruzione di un processo amministrativo che definisca chi ha ragione. Di fronte al ricorso del cittadino, per sei mesi gli agenti della riscossione non potranno avviare pignoramenti, ma potranno ipotecare una casa e bloccare un'auto. Se Equitalia, poi, si convince che c'è "fondato pericolo" di perdere il credito, ha il mandato per fare quello che crede: sequestrare una pensione, mandare un bene all'asta immobiliare. Se il colpito dimostrerà di avere problemi di liquidità - novità della terza e ultima rivisitazione - chiederà a un giudice tributario una sospensiva per fermare l'azione (per 150-180 giorni) oppure aderirà a un concordato (sconto con trattativa).

"Non esiste più diritto alla difesa, devi versare che tu abbia torto o ragione", attacca l'avvocato Alberto Goffi, consigliere regionale Udc del Piemonte, riferimento della rivolta anti-Equitalia. "Si sta colpendo chi ha fatto dichiarazioni fedeli e oggi, a causa della crisi, non è in grado di pagare le tasse. Non puoi impugnare quello che hai dichiarato, è la condanna a morte delle imprese oneste". Pietro Giordano, segretario Adiconsum: "Con questi tassi prossimi all'usura crescerà il debito dei contribuenti, le misure introdotte a luglio vengono vanificate". Già, sull'onda delle sconfitte alle amministrative e le conseguenti urla della Lega ("tutta colpa di Equitalia"), a inizio estate il governo innalzò a 20 mila euro il tetto per l'ipoteca sulla prima casa, pretese due avvisi prima di apporre le ganasce fiscali e allungò a 72 mesi le rate per i debiti. Quindi, per cercare di diminuire il gigantesco contenzioso fermo nelle commissioni di ricorso, l'Agenzia ha avviato un mini-condono per chi aveva contestato. Ieri, però, è stata sguainata l'arma letale: "60 giorni per pagare". A fine mese arriverà il redditometro, quindi il carcere per gli evasori. I dirigenti dell'Agenzia: "Ora possiamo andare avanti spediti, gli esattori punteranno al sodo. Usciamo dall'Ottocento, entriamo nel Duemila".


Ultimo aggiornamento Martedì 06 Dicembre 2011 20:12
 
Le Ragioni dell'Iran PDF Stampa E-mail
Scritto da corsaro lariano   
Mercoledì 30 Novembre 2011 17:59

(di Massimo Fini, fonte http://www.finanzainchiaro.it/dblog/articolo.asp?articolo=7347)

 

Sulla questione del nucleare iraniano è Teheran ad avere ragione e la cosiddetta "comunità internazionale" (in realtà sono gli Stati Uniti e Israele a trascinare tutti gli altri) torto. L'Iran ha firmato, a differenza, per esempio, di Israele, che la Bomba ce l'ha (basta attraversare il deserto del Neghev per vedere la sua centrale atomica), ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare.

Cosa può e deve chiedergli la "comunità internazionale"? Di accettare le ispezioni dell'Aiea, l'agenzia Onu per il controllo del nucleare. Cosa che l'Iran ha sempre fatto. Quando, un paio di anni fa, riaprì i suoi siti nucleari fu alla presenza degli ispettori Onu. C'è un via vai continuo fra Vienna, dove ha sede l'Aiea, e Teheran di questi ispettori che c'erano anche tre giorni fa quando gli iraniani hanno inaugurato l'impianto di Natanz. L'arricchimento dell'uranio è il passaggio necessario per ottenere il nucleare civile ad usi energetici ma anche medici. Per questi usi è sufficiente un arricchimento al 20%, per l'atomica bisogna arrivare al 90%. Gli ispettori Aiea hanno accertato che, finora, gli iraniani non hanno superato il limite del 20%.

E allora? Gli americani sospettano, senza lo straccio di una prova, che vi siano dei siti segreti sfuggiti agli ispettori. Ma con questa storia del sospetto allora tutti possono essere messi sotto scacco, è una specie di prolungamento della teoria della "guerra preventiva" di George W. Bush. Noi italiani stiamo riaprendo i nostri siti nucleari (se sia giusto o sbagliato non è argomento da affrontare qui) ed è come se una potenza ostile ci intimasse di non farlo perché da lì, in teoria, potremmo arrivare all'atomica.

Gli americani obiettano anche che l'Iran ha il petrolio e quindi non ha bisogno del nucleare. A parte il fatto che uno Stato avrà ben il diritto di diversificare le sue fonti di energia senza dover chiedere il permesso agli americani, la BP ha calcolato che entro il 2049 il petrolio sarà esaurito. Gli iraniani considerano quindi il nucleare civile un loro diritto indiscutibile e su questo non sono disposti a trattare. Sarebbe già una gran concessione, perché lede la loro sovranità, che accettassero di far arricchire il loro uranio in Russia o in Turchia (bei soggettini anche questi, rispettosi dei "diritti umani").

Dice: Ahmadinejad ha affermato che Israele deve «scomparire dalle mappe geografiche». Affermazioni gravi e inaccettabili, ma sono pur sempre parole. Non sono invece parole i missili atomici israeliani puntati su Teheran e i piani di attacco, anche nucleare, all'Iran di Stati Uniti e Israele svelati dalla stampa americana. E, devo dire, fa una certa impressione vedere Paesi seduti su enormi arsenali atomici (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna) far la voce grossa, e indignarsi, con uno che la Bomba non ce l'ha.

C'è molta prevenzione e "disinformatia" nei confronti dell'Iran. Qualche mese fa gli iraniani misero in orbita un satellite per le comunicazioni, un normalissimo satellite come abbiamo anche noi. Subito la "comunità internazionale" gridò all' "allarme" e alla "provocazione". Idem quando testarono dei missili, missili che abbiamo anche noi. Anche la repressione dell'opposizione, almeno quella dell'11 febbraio, dove, secondo i siti antiregime, la polizia ha sparato in aria, usato spray al peperoncino, catene, manganelli, proiettili di gomma e operato decine di arresti, non mi sembra poi tanto diversa da quanto fece il governo Berlusconi al G8 di Genova.

Infine l'Italia è il primo partner commerciale europeo dell'Iran. Certo, non si possono barattare principi contro quattrini. Ma finché l'Iran resta dentro le regole internazionali, ha l'ambasciatore a Roma come noi a Teheran, non è il caso che ci appecoroniamo "in toto" agli interessi degli Stati Uniti. O nemmeno noi abbiamo il diritto di tutelare i nostri interessi nazionali?



 
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