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Di fronte alla crescente crisi dei valori superiori, morali e politici, che il mondo attraversa, J. Evola con questo libro lancia un grido di protesta di eccezionale franchezza e coraggio, e cerca di indicare, nello stesso tempo, le basi per la radicale ricostruzione di una realtà civile che è stata fatta a pezzi da una precisa volontà disgregatrice e dalla corrosiva azione del materialismo di ogni tipo e di ogni colore.
Se certe valutazioni storiche non possono essere integralmente condivise, se certi punti di vista si giustificano solo con molto particolari prospettive, lo spirito che anima questa coraggiosa parola rivolta essenzialmente agli uomini – nella loro virilità, nella loro dignità personale e civile, in una parola nell’aspetto superiore del loro essere – troverà largo consenso in tutti coloro che, come noi, credono che non di solo pane vive l’uomo, che lo sviluppo e l’affermazione della personalità umana è possibile solo attraverso una visione eroica della vita, che il fattore economico è importante ma non prevalente e tanto meno esclusivo nel fare la vera Storia, e il valore di uno Stato e di un popolo non sta tanto nel tenore di vita e nel livello di produzione economica, quanto nella grandezza civile e politica.
Si vedano a questo proposito le acute pagine che l’autore dedica alla “demonìa dell’economia”, dove una critica serrata mette a nudo la favola volgare che tiene oggi in schiavitù il mondo, secondo la quale il benessere è l’unica ragione di vita, e a codesto feticcio va sacrificata la serenità, la vita interiore, un costume veramente libero e ogni aspirazione feconda, nobile, non contingente, sì che gli uomini sono senza scampo servi del meccanismo produttivo, che entrerebbe in crisi se svanisse l’illusione di questa favola.
In un certo senso l’Autore si pone al di sopra delle dispute e delle divergenze politiche contingenti – e cioè fascismo e antifascismo, liberalismo e comunismo, capitalismo e socialismo – perché nega che la discussione debba svolgersi sul piano essenzialmente materialistico scelto dai nostri avversari: dove per nostri avversari debbono intendersi coloro che ritengono l’interesse superiore al dovere, il doppio gioco preferibile alla lealtà, la ricchezza elemento di civiltà, la rassegnazione, la viltà e l’egoismo qualità, e l’eroismo, l’ardimento e il coraggio difetti, l’arbitrio sostituto dell’ordine, il numero democraticamente indifferenziato aver maggior peso dell’aristocrazia dei valori: tutti coloro cioè che sostengono la quantità contro la qualità, la materia contro lo spirito.
Al di là di certe posizioni estreme o parziali, Gli uomini e le rovine rivendica il carattere organico, e insieme trascendente e “anagogico” dello Stato, carattere di cui oggi si è smarrito il senso, presi come siamo nel dilemma tra una supervalutazione dell’individuo come tale e i corrotti sistemi parlamentaristici da una parte, e la compressione informe di una macchina burocratica e totalitaria di tipo sovietico dall’altra; rivendica il valore dell’ auctoritas e della gerarchia, prima condizione di ogni vera giustizia e, a ben considerare, di ogni vera libertà, contro l’idolo democratico dell’uguaglianza che è irreale e ingiusto ad un tempo; il valore della tradizione intesa come supremo patrimonio civile di principi eternamente validi, contro il mito storicistico secondo cui non solo le particolari istituzioni ma la loro stessa ragion d’essere dovrebbero perire, e perciò le rivoluzioni attuerebbero infallibilmente il progresso; rivendica, alla base del sorgere e dell’articolarsi di popoli e nazioni, il valore dell’idea politica, della visione del mondo, di un centro di autorità, del sentimento religioso della vita sociale, oltre e al disopra degli stessi caratteri etnici. Reazionario non teme di essere considerato l’Autore, e cioè uomo di destra, là dove egli ammonisce che la rivoluzione ha un senso solo quando è ricostruzione e cioè rimozione violenta di un fatto ingiusto, di una perturbazione dell’ordine civile e politico, mentre è puramente negativa quando vuol distruggere per distruggere e negare la superiore validità morale della tradizione. Questa prospettiva gli suggerisce – fra l’altro – originali considerazioni su quella che è stata chiamata la “parentesi fascista”.
Nonostante il tono di trattazione filosofica, ravvivata però di teso spirito polemico, il libro sa parlare anche alla nostra passione di Patria, e vibra di mal repressa commozione l’accenno all’ “Italia liberata, liberata dal duro compito di darsi una forma ispirata alla sua più alta tradizione”.
Ma le idee centrali di quest’opera, che forse possono essere diversamente sviluppate in molti aspetti, ma difficilmente impostate su base diversa, sono la superiorità dell’imperium e dello Stato sugli interessi individuali, e la esaltazione della eroicità aristocratica. La prima idea afferma ben chiaramente una verità solare, eppure oggi da ogni parte negata e violata, e cioè che “lo Stato, incarnazione di una idea e di un potere, è una realtà sopraelevata rispetto al mondo dell’economia” e che “all’istanza politica spetta il primato rispetto a quella economica”, l’ordine economico essendo un ordine di mezzi che non devono mai diventare fini dell’esistenza.
La seconda ci conforta a più alte speranze, poiché non c’è morale né civiltà, ove manchi il senso eroico e quindi aristocratico della vita: ben a ragione l’Autore avverte che quando parla di aristocrazia egli si riferisce a una aristocrazia di “visione del mondo”, di carattere, e non economica e neppure intellettuale, poiché l’intellettualità “si costituisce in una sfera staccata dalla totalità vivente dell’individuo, e soprattutto da tutto quel che è carattere, coraggio spirituale, decisione interna”.
E’ proprio questa aristocrazia del carattere che i migliori italiani vogliono e debbono costituire oltre le rovine che ci circondano.
Gennaio 1953
J. Valerio Borghese

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