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I balilla andarono a Salò PDF Stampa E-mail
Scritto da Corsaro Lariano   
Venerdì 10 Luglio 2009 14:14

 

 C A R L O   M A Z Z A N T I N I
“I balilla andarono a Salò”
(Edizioni Marsilio Tascabili Anno 2002)

 

Sono passati quasi due anni dalla morte di Carlo Mazzantini il 28 dicembre 2006, combattente nei reparti della Repubblica Sociale, e in seguito, scrittore e narratore di tutti i “rinnegati” cancellati dalla storia e dalla memoria. Fu a lungo, snobbato, quando non apertamente osteggiato per la sua Militanza nell’Esercito Repubblicano di Salò tra il 43 e il 45, una censura che l’ortodossia ideologica dell’apparato democratico seppe applicare in maniera scientifica e spietata.

Fu solo con l’aiuto fondamentale di Giordano Bruno Guerri che riuscì, ormai sessantenne, a pubblicare la sua opera più importante “A Cercar La Bella Morte”, autobiografia di un diciassettenne che all’indomani dell’8 settembre si unì, in Valsesia e in Val D’Ossola ad un Battaglione di Camicie Nere.
Oggi vogliamo spendere due parole per un’altra opera di Carlo Mazzantini, forse meno conosciuta “I Balilla Andarono a Salò” (2002).
L’analisi che sto per fare (premessa assolutamente necessaria) è elaborata a mente fredda, su una scrivania di un paese in pace, e mi scuso fin d’ora se “mi permetto” di giudicare parole di un uomo, di un Camerata che la Guerra l’ha combattuta consapevole di perderla, l’ha persa ed è arrivato ad un passo dalla fucilazione, consapevole che la morte avrebbe potuto coglierlo da un momento all’altro. Qualsiasi sia il mio giudizio su “I Balilla Andarono a Salò” voglio esprimere il mio incondizionato rispetto, e la mia incondizionata stima verso Carlo Mazzantini, Combattente, Camerata e uno tra gli ultimi esponenti di quei “Pochi Sguardi Nobili” che non tradirono e fecero dell’Onore una regola di vita, imbracciando un fucile per gettarsi a testa bassa contro il più potente esercito del mondo sapendo di perdere e di morire.   
“I Balilla Andarono a Salò” è una testimonianza di alto valore umano a mio avviso scritta con passione e cuore, dove risaltano i valori dell’educazione ricevuta, gli insegnamenti cattolici della famiglia, l’orgoglio di chi ha creduto, e non s’è rassegnato alla resa e al tradimento; Tuttavia personalmente, devo in tutta sincerità confessare che un po’ di amaro in bocca lo lascia, in ogni pagina, in ogni capitolo traspare una dose massiccia, talvolta eccessiva di malinconia, quasi un volersi giustificare, un subire eccessivamente la resistenza e la sconfitta, Mazzantini, a più riprese si esercita nel dare diverse chiavi di lettura del perché quel giorno, ci si schierò da una parte o dall’altra, senza (quasi) mai, sostenere con forza e convinzione le motivazioni di chi fece la scelta di rimanere fedele all’alleato Germanico e combattere dalla parte della R.S.I., o quando lo fa, traspare sempre una velata giustificazione, poche volte palese e molte volte celata o sottintesa.
Nei tratti in cui espone episodi di Guerra Civile, non riesce a nascondere un animo che comunque è e rimane un animo Legionario da combattente, si percepisce netto il Cameratismo di un uomo che ha visto cadere numerosi amici giovani e meno giovani ma è sempre presente la sensazione che mentre scriva pensi sempre che ci sia stato “un qualcosa di sbagliato” senza tuttavia rinnegare mai le scelte fatte,  o talvolta imposta la narrazione come se a più di pagina ci fosse scritto “che altro potevamo fare?”.
A Parte queste mie considerazioni che, come ho premesso, sono squisitamente personali e elaborate a mente fredda, la vena narrativa di Mazzantini è notevole e coinvolgente, stona a mio avviso la dedica in apertura di libro “Ai partigiani caduti per la libertà” posta in mezzo tra una dedica al padre combattente sul Monte Grappa e una ai soldati della R.S.I. caduti per l’onore, ma è una dedica emblematica che riassume in due righe quel che sarà il libro, un’”equidistanza” un tentativo, disperato ma vano di avvicinare ideologicamente e sentimentalmente giovani uguali, della stessa estrazione sociale, della medesima profondità morale che, per un motivo o per un altro, quel 9 settembre 1943 fecero scelte opposte che li portarono ad odiarsi.
In conclusione lasciatemi dire che lo spessore morale di Carlo Mazzantini è anche in questa dedica, e magari un giorno, vicino o lontano, sfogliando svogliatamente una biografia di qualche partigiano riuscirò forse a trovare una dedica ai “soldati della RSI caduti per l’Onore”.
Utopia? Disillusione? Lo so ma la speranza è sempre l’ultima a morire.
Ultimo aggiornamento Venerdì 10 Luglio 2009 14:49