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Pagina 2 di 2 Le vicende narrate partono quindi dal 25 luglio 43, ma come tutti gli altri fatti storici che determinano le vicende del protagonista il punto di vista è quello di chi li recepisce e conseguentemente adotta i comportamenti consoni al suo sentire. Dopo l’attesa tra il 25 luglio e l’otto settembre 43, a seguito del voltafaccia italiano c’è la decisione di arruolarsi nella RSI. Segue il periodo da legionario nella legione Tagliamento impegnata in azioni di controguerriglia in Piemonte e poi il corso Ufficiali ad Oriveto. Una prima ritirata dal fronte sud porta il protagonista a Como e poi di presidio nella sua città Ferrara. Da qui le vicende della ritirata oltre il Po’, la fuga, il ritorno a casa, l’arresto, il campo di concentramento, di nuovo la fuga e il finale, un lungo viaggio in bicicletta da Ferrara a Catania per raggiungere la fidanzata, attuale moglie del protagonista, e salvarsi. La storia d’amore nasce del resto durante i mesi trattati e spesso si affaccia nel racconto. Di tutti questi fatti gli autori hanno voluto, si ribadisce, cogliere gli aspetti profondi…dell’animo.
Recensione a cura di F. Pedrazzini PREMESSA Recensire un libro come quello scritto da Graziadei e De Rosa, non è certamente una cosa semplice. Lo sforzo più grande che ho dovuto fare, è stato senza dubbio, quello di immedesimarmi nel personaggio: il periodo storico in cui si trova , nelle scelte che ha fatto, il linguaggio che ha usato, e la condizione, quella di soldato belligerante, che io e nessuno del mio giro di amicizie e conoscenze, ha vissuto sul campo, od è stato un vero protagonista. Ancor più difficoltoso, questo mio compito, se si tiene conto che la storiografia “ufficiale”, quella insegnatami sui banchi di scuola, non è venuta in mio soccorso certamente: il Garzanti alle medie, il Camera-Fabietti al liceo, non solo non riconoscevano quello che ormai tutti sono concordi nel definire una “guerra civile” quella combattuta in Italia tra il settembre 43 e l’aprile del 45, ma celebrano l’esaltazione unilaterale dei vincitori, senza tener conto di realtà ormai non più celate quali le Foibe, il Triangolo della morte, e le esecuzioni sommarie di molti Italiani nell’immediato dopoguerra; non perchè fascisti, ma solamente perché non zelanti antifascisti. Oppure l’accantonamento e l’accanimento verso taluni, che pur essendo stati antifascisti, militavano tra le file anticomuniste. Giovannino Guareschi, ed Edgardo Sogno, sono un esempio su tutti… È solo dalla seconda metà degli anni 90, che appare una certa storiografia più obbiettiva: Arrigo Petacco, Paolo Mieli, Renzo De Felice, vengono messi in condizione di far conoscere una storiografia più obbiettiva, più ancorata alla realtà dei fatti, più realistica. Anche personalità quali Luciano Violante ed il nostro capo dello stato Ciampi, hanno riconosciuto che i tragici eventi del 43\45 possono essere riconosciuti ad una guerra civile vera e propria. La ricerca di una vera pacificazione nazionale, deve avvenire necessariamente, tramite la conoscenza di tutti i fatti accaduti, raccontati dai protagonisti di entrambe le barricate, senza censurare né gli uni né gli altri. Ognuno di noi, con la propria formazione culturale, dovrà essere in grado di affrontare gli eventi della nostra storia con spirito critico, senza ricadere necessariamente nella retorica. Prendere spunto da un libro come questo, è una buona occasione per arricchire il nostro bagaglio culturale, se non altro per vedere le cose da un'altra angolazione: per imparare a non prendere necessariamente per oro colato tutto quello che la storiografia che conosciamo ci ha messo sul nostro banco di scuola, ma per ragionare in modo libero ed oggettivo. Sono del 67, quindi nato ben vent’anni dopo questi eventi. Pur avendo consegnato alla storia le ideologie che hanno caratterizzato la vita del secolo scorso, ho voluto aprire questo primo appuntamento di serate culturali, con la presentazione e la critica ad un libro come quello di De Rosa e Graziadei. In questo libro, si incrociano le passioni, gli ideali, le posizioni dell’autore che secondo me vuole insegnarci qualcosa di estremamente positivo: la lealtà, il senso della patria, il rispetto della parola data, anche quando è scomodo, anche quando per questi viene messa in gioco la propria vita e le proprie convenienze. Se non fosse per l’uso improprio che attualmente se ne fa di questo termine, non esiterei a definire Graziadei un uomo d’onore. Preferisco invece definirlo un galantuomo, che ha vissuto la guerra non come strumento di offesa verso il suo popolo, ma come strumento di riscatto di un Onore perduto l’8 settembre del 43 dal suo paese, dal nostro paese. L’arruolamento volontario, ha sicuramente significato per Graziadei l’opposizione al fascio disonorevole di una nazione, prima ancora che opera di sostegno vero e proprio ad una ideologia, nella quale ha pure creduto. Non vi era dubbio peraltro che l’epilogo di questo suo impegno sarebbe sfociato in una sconfitta. Ma sconfitta con Onore come sottolinea Graziadei. Ma a Graziadei sicuramente non importava ormai più di tanto questo macigno della sconfitta, preventivata già ai tempi del suo arruolamento: l’essenziale era la resa da soldato, in modo dignitoso verso un nemico in divisa. Solamente in questo modo, per Graziadei era salvo l’Onore. Ma dicevo delle mie difficoltà interpretative… Siamo in un periodo storico in cui dopo vent’anni di stabilità istituzionale, sebbene non democratica, nel mezzo di un conflitto armato, nel vigore di pochi giorni, ci siamo trovati l’uscita di scena di Mussolini capo del Governo, per il famoso O.D.G. Grandi nella notte del 25 luglio 43, la nomina regia di Badoglio a nuovo capo del Governo, l’arresto del Duce disposto dal Re. Una cascata di eventi in un minuto spazio temporale dunque. Per il popolino, sembrava addirittura la fine del conflitto; gente in strada a festeggiare, per la non conoscenza degli eventi. Con i mezzi di comunicazione dell’epoca, scarsi e devastati dal conflitto, non era dato sapere nulla di più. Notizie che non arrivavano da una parte, scelte urgenti da interpretare dall’altra… ecco l’immagine che ci saremmo trovati innanzi se avessimo vissuto quel periodo storico… Avremmo seguito un Re in procinto di fuggire, sottraendosi ai doveri della corona, ed un capo di Governo da questo nominato, il quale in poco tempo ha rovesciato le alleanze delle forze in campo? Seppur con l’intenzione di arrecare minori danni in perdite? Avremmo invece seguito il capo di sempre, con le sue alleanze, pur sapendo di andare incontro a una sconfitta sicura, “salvando la faccia” ma con maggiori perdite umane? Sinceramente una scelta sarebbe stata difficile per chiunque. Ma nella visione di Graziadei e di molti come lui, è entrato in gioco qualcosa di più alto da difendere: l’onore… salvare la faccia quindi. Per noi, cresciuti all’ombra del benessere, dove spesso l’avere è sempre stato più importante dell’essere, non è certamente di facile comprensione tutto ciò. Per Graziadei, allenato con la disciplina ed il senso del dovere, e a disporre della propria volontà, avrebbe trovato ragion d’essere una scelta diversa dalla sua? Concludo questa premessa ribadendo la mia volontà di sottoporre questo bel libro all’analisi storica, al solo fine di trarne un arricchimento culturale per ognuno di noi, cittadini di un paese libero e forte ormai, di una terra che deve saper fare i conti con il proprio passato, e trarne insegnamento per il futuro: un futuro che speriamo, non ci debba mai più mettere di fronte a certe situazioni, ed a certe scelte che Graziadei ha dovuto fare. BREVE RECENSIONE DEL TESTO Il primo capitolo, per uno che conosce i fatti storici che si sono susseguiti in quel periodo, può apparire descrittivo e di conseguenza poco “appassionato”. Per chi invece non conosce questa sequela, o non la ricorda, è utile e indispensabile. Bisogna arrivare a metà del primo capitolo per capire le sensazioni che in quel contesto prova Graziadei nella sue esposizione. Dice: …il Governo aveva annullato il senso della parola Patria… da sempre ci eravamo sentiti una parte di qualcosa di grande, un popolo, quello italiano, degno di una storia millenaria… faro delle genti, esempio di virtù ed onore. In quel momento capimmo che tutto era stato cancellato… non c’era più un popolo, ma tanti individui che dovevano rifugiarsi nella propria disperazione e che da quel omento avrebbero badato solo a portarsi fuori da quel pantano. Capimmo che quello era un momento in cui bisognava fare qualcosa, scegliere ed imboccare una qualche strada sapendo di doverla percorrere sino in fondo.” Per addentrarci bene nell’atmosfera descritta dagli autori bisogna arrivare al secondo capitolo. Siamo a BORGOSESIA, e gli autori descrivono l’occupazione del Comune e la convocazione dei carabinieri locali da parte della Guardia Nazionale Repubblicana. Con uno stratagemma quale quello della volontà dell’arruolamento da parte di un giovane, vengono attirati i legionari in una parte nascosta del paese e subito entrambi fucilati. Graziadei scioccato da quell’orribile fine dei suoi camerati, si domanda perché? Dice perché dobbiamo essere uccisi dai nostri fratelli italiani? Graziadei che crede fermamente di essere nel giusto, si pone spesso questo tipo di domanda… Le imboscate subite, da parte dei partigiani, sono una costante in tutto il testo. Segno evidente che si stava combattendo una guerra civile. Ma passiamo alla scuola ufficiali di Orvieto. De Rosa qui fa un ampia e soddisfacente descrizione di come duro è l’addestramento: addestramento tecnico, fisico e morale. L’aspetto che colpisce è quello del compito degli educatori, i quali istruivano questi giovani a tenere presente l’alto contenuto morale della missione che si andava a compiere. Anche i superiori, sottolineano gli autori, non guadagnavano la stima dei militi in virtù dei gradi, ma per l’esempio che infondevano ai soldati. Graziadei, dice, che li la sincerità, la prontezza al sacrificio, la disciplina brillavano riflesse nei loro comandanti. Vi era un fraterno rapporto, anche perché tutti volontari. Ricorrente ancora una volta l’esposizione dei valori, che gli autori chiamano principi guida, a cui si ispirava la missione: lealtà, fede nella parola data, generosità e coraggio. Più avanti, molti passi descrivono i valori ispiratori di Graziadei. Il libro di De Rosa, secondo me, ha un’altra particolarità: non narra delle vicende personali-sentimentali di Graziadei con lo sfondo della situazione storica vissuta da protagonista; è l’opposto: narra una vicenda storica vissuta da protagonista, con lo sfondo (percettibile un po’ ovunque, ma descritto solo in un capitolo) della vicenda sentimentale. L’incontro con Bruna è una bella parentesi, ma colpisce la franchezza che nel testo, non appare come un elemento che cambia le percezioni e gli interessi di Graziadei; è un valore aggiunto, qualcosa che corre parallelo alle vicende dell’autore Fino in fondo è un altro capitolo meritevole a mio avviso di citazione; i tedeschi stanno per organizzare la difesa estrema di Ferrara. Viene richiesto un consulto di Graziadei, per conoscere le posizioni strategiche della città e le vie di fuga presenti. Graziadei parla con un generale che si dimostra amico. Siamo al 20 aprile del 45, ed al mattino, udite cannonate e colpi di artiglieria, Graziadei si precipita in fretta al comando tedesco per avere direttive: la sorpresa è che non trova più nessuno, i tedeschi erano fuggiti senza avvisare nessuno, proprio da vigliacchi. Avevano abbandonato l’esercito della RSI al suo destino. Da questo episodio è evidente la percezione della fine del conflitto con l’epilogo della sconfitta. Molti combattenti, si legge, chiedono di tornare a casa, dove qualcuno verrà accolto con indifferenza, altri con insulti, ed altri con raffiche di mitra. Si ammaina la bandiera è un capitolo che racchiude in sé tutto il senso della sconfitta che Graziadei prova. Voglio riportare pari passo la descrizione dell’ammainabandiera che De Rosa fa: “…furono convocati gli ufficiali superiori…il Colonnello aveva deciso di arrendersi nelle mani del Comitato di Liberazione Nazionale locale. Aveva ottenuto di poter fare l’ammainabandiera ed un lasciapassare per ognuno dei soldati… nel pomeriggio (del 29 aprile) gli altoparlanti annunciarono l’adunata… si concentrarono i reparti inquadrati… in lontananza pochi partigiani che ci guardavano… ci mettemmo sull’attenti. Sull’alto del pennone, spirava più forte la leggera brezza primaverile. Al centro del drappo tricolore, ancora spiegava fiera le ali l’aquila repubblicana… alle sue spalle non era difficile intravedere le legioni di Roma mute allo sgomento, Pier Capponi dallo sguardo basso, Pietro Micca in lacrime, i soldati lombardi ai piedi del carroccio di Pontida, le galee della Serenissima ancorate e disarmate, Oberdan fermo in una piazza spazzata dalla bora, i fratelli Bandiera e Pisacane con le carni ancora lacere del martirio, un tamburino abbandonato e seduto accanto un giovinetto dalla pelle olivastra e gli occhi e i capelli nerissimi, Corridoni ritto sulla trincea delle Frasche che lanciava invano il grido d’assalto… e i nostri tanti camerati muti, abbandonati sulla nuda terra nelle fosse, tra i ghiacci della stappa o schiacciati sotto la sabbia di El Alamein. Tutto in quel drappo… sospeso nell’aria.” La minuziosità della descrizione, ed i paragoni addotti, ci danno l’esatta percezione di come si è sentito in quel momento Graziadei. Sempre nello stesso capitolo, che secondo me è il meglio riuscito da un punto di vista strettamente artistico, fuoriescono altre enunciazioni altrettanto forti e belle da un punto di vista letterario. I capitoli finali, sono invece caratterizzati dal ritorno a Ferrara di Graziadei, l’arresto e la prigionia in un campo inglese, il ritorno di Bruna accanto e poi la fuga dal campo per approdare da Rimini alla Sicilia in sella ad una bicicletta, per rifarsi una vita accanto alla donna amata. Questi ultimi capitoli, sono stati anche quelli che hanno dato il titolo all’opera: ogniqualvolta Graziadei veniva interrogato dagli ufficiali inglesi, alla domanda: “ fin quando lei ha prestato servizio?” La risposta era sempre la stessa: ULTIMO GIORNO, ULTIMA ORA, ULTIMO MINUTO. Un libro da leggere insomma, un libro importante da tenere nelle nostre biblioteche; un testo indispensabile per chi ha studiato la storia ed ha frequentato le scuole negli anni in cui anch’io l’ho fatto. Un libro insomma, per chi non vuole fermarsi alla storiografia “ politicamente corretta”, ma vuole andare oltre, capire tutti i passaggi che sono sfociati nella nascita del nostro paese, nelle sue istituzioni. Mi permetto ancora una volta di consigliarvi la lettura di questo libro, magari anche solo con lo spirito di tenere per qualche sera, la televisione spenta. Francesco Pedrazzini
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